PETIZIONE CHIUSA

Tifosi della Lazio usano il cervello ed estinguono il clickbait!

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Cos’è il clickbait? Tradotto letteralmente significa “esca da click”: ovvero quella pratica, poco virtuosa ma molto diffusa, di creare dei titoli accattivanti cui corrispondono articoli poco pertinenti – se non addirittura fasulli. Si tratta di un fenomeno di ampissima portata: chiunque abbia un account su un social network — Facebook e Twitter soprattutto — ne noterà decine ogni giorno e spesso, abboccando, ci cliccherà. Il clickbait è quel meccanismo online che porta i siti di news a esasperare i titoli dei propri articoli con lo scopo principale di attrarre attenzione e incoraggiare i lettori al click su un link verso una particolare pagina web. Una pratica che, lungi dall’avere una applicazione giornalistica, è piuttosto un approccio al marketing: nel mercato delle news odierno ad avere maggior rilevanza è il fattore della distribuzione sui social network, dato che gli inserzionisti contano su queste dinamiche per investire e veder amplificarsi il proprio contenuto pubblicitario.
Il clickbait è un meccanismo innescato dal “curiosity gap”, un moto d’interesse che spinge il lettore a cliccare per soddisfare lo scarto fra l’aspettativa creata dal titolo e il suo effettivo contenuto. Ma la promessa urlata e divulgata sui social network è quasi sempre mal ripagata da contenuti di bassa qualità pensati unicamente per far crescere il volume delle visite.
Il loro unico scopo è, quindi, quello di aumentare le visite al sito. Solitamente sono utilizzati in pagine che hanno dei banner pay per click o link esterni verso altri siti: così si incrementano gli introiti a discapito tanto di chi legge quanto di chi, invece, opera seriamente su internet – perché il clickbaiting non lavora sul contenuto ne tantomeno sulla qualità; si concentra esclusivamente sulla forma. Il prodotto è infatti confezionato in modo tale da diventare virale: la viralità, nel web, riguarda i messaggi che si replicano in mille nuovi contesti, ottenendo il maggior numero di click.
Il modello di business attuale, ovvero l’unico che ad oggi è in grado di costruire un ricavo, si basa sul tornaconto economico dei click dei lettori. Funziona – più o meno – così: da una parte ci sono gli investitori pubblicitari che, trattando con i concessionari di pubblicità, pagano un compenso ogni 1000 pagine viste(una cifra che è sintetizzata dalla sigla CPM, costo per mille, e che si aggira all’incirca tra uno e quattro euro); dall’altra ci sono i produttori di contenuti che in cerca della sostenibilità economica del proprio lavoro hanno come primo obiettivo aumentare il più possibile la quantità di pagine viste sul proprio portale.
L’idea primigenia di clickbait, più in generale, non è neppure una novità: il richiamo all’estetica o alla promozione – spesso ingannevole – dei contenuti è un meccanismo praticamente implicito in quasi tutti i processi di compravendita, ma diventa più fastidioso se a farne sistema sono quegli attori che, seppur commerciali, devono comunque rendere un servizio – il giornalismo. 
Invece è tutta un’enfasi di superlativi e straordinarietà, in cui cambia proprio la missione giornalistica. Pilotare intenzionalmente il lettore ha però effetti da non sottovalutare: il clickbaiting riempie i social network e “avvelena” il gruppo tematico mediale, dove spesso sedicenti giornalisti – presunti tali o semplici editori di contenuti web – pubblicano link dubbi a cadenza fin troppo regolare. Alcune testate ed operatori della comunicazione sono così assuefatti al sistema che, imponendosi ingannevolmente sui pochi reduci che ancora credono di poter offrire un servizio pubblico valido e completo, lo ritengono l’unico modo per inserirsi nel mainstream di notizie, ad evidente discapito della qualità e coerenza informativa. Ed è essenziale far notare che il rispetto della verità sostanziale dei fatti e del lettore, che mai dovrebbe essere ingannato come previsto dal codice deontologico dei giornalisti italiani, deve invece continuare ad esistere in ogni forma comunicativa – che si tratti di stampa, radiofonia, televisione o web.
Per concludere, i clickbaiters svolgono una missione specifica: attirare il lettore, ricevere il maggior numero di click sul link e diventare virali. Che la notizia sia surreale e/o inventata poco importa. Tutto inizia, dal titolo, con enfasi che attirano l’attenzione e stimolano l’inconscio a cliccare. Spesso, ma non solo, si punta sullo stimolare la curiosità delle persone – qui intese nell’accezione di potenziali lettori – per trasformare una notizia falsa, esagerata o tendenziosa in qualcosa di virale. Più i lettori cliccano più aumentano i guadagni. È questa la logica e il presupposto stesso del clickbaiting.
Rimbocchiamoci le maniche tutti allora: forse non servirà a risolvere il problema, ma abbiamo un cervello e siamo in grado di rifiutare i clickbait, segnalando o togliendo il like alla pagina: così si impedirà di monetizzare grazie alle inserzioni pubblicitarie presenti sulle proprie pagine digitali. Essere perentori nell’esprimere il disappunto, mostrando ai diretti interessati il dissenso in merito a questo gioco sporco – evitare i siti che abusano delle visite. In alternativa, quando si vede un titolo sensazionalistico, anziché cliccare, è bene cercare quelle parole su Google News per verificare che si tratti realmente di una notizia.



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