Nessun aiuto pubblico alle aziende che hanno spostato la sede fiscale all’estero.

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La nostra economia all’inferno e loro nei paradisi? Nessun aiuto pubblico alle aziende che hanno spostato la sede fiscale all’estero. Tornate qui! Se avete a cuore l'Italia lasciate i paradisi fiscali e i Paesi a fiscalità agevolata e pagate le tasse da noi

 

 

In questi giorni di confinamento nelle nostre case siamo bombardati da spot televisivi che fanno riferimento alla forza di volontà degli italiani, al senso di unità e comunità. Tutti oggi sono pronti a dire che la sanità pubblica deve essere finanziata di più. Quei messaggi però nascondono un’ipocrisia di fondo: nulla è gratis e molte aziende generano profitti e non pagano le tasse in Italia.

 

Nella cosiddetta “fase due” alle porte il mondo del lavoro dovrà fare i conti con gli effetti di due mesi di chiusura forzata di moltissime attività. Le difficoltà saranno tante e sarà compito delle istituzioni europee, nazionali e regionali accompagnare e aiutare i lavoratori e l'economia in crisi.

 

Ebbene, crediamo che le aziende che hanno spostato le sedi fiscali dall’Italia all’estero, in paradisi fiscali o in Paesi europei a fiscalità agevolata, non dovranno beneficiare della distribuzione di aiuti governativi e regionali, tanto meno di fondi strutturali europei. Se queste imprese vogliono dare una mano potranno fare una cosa molto semplice: fermare il “profit shifting”, tornare in Italia e versare l’importo totale delle proprie tasse dovute all’Agenzia delle Entrate.

 

Il tema è centrale anche alla luce della lunga battaglia di questi mesi tra gli Stati membri dell’UE sulle modalità e le tipologie di aiuti da destinare a Paesi più in difficoltà, in cui sono emerse le posizioni molto rigide dell’Olanda, uno dei Paesi a fiscalità agevolata in cui le multinazionali di tutto il mondo – e le loro filiali europee – hanno la sede.

 

Si stima che i ricchi europei possiedano 1.500 miliardi offshore e lo scambio di informazioni tra Paesi Ocse non basta per farli rientrare. Una big company su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse, inoltre il 94% abusa del “transfer pricing” per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo, trasferendo fittiziamente la tassazione nei Paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali, sottraendo solo in Italia al fisco 37,8 miliardi di euro all’anno.

 

Le leggi sono molto chiare e loro usano ogni modo possibile per sfuggire all'imposizione e portare il denaro nei paradisi fiscali. Il 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi, o meno di 10 mila euro, o non versa le imposte. Molte di queste chiudono nel giro di 5 anni per evitare accertamenti fiscali o utilizzano “teste di legno” tra soci o amministratori. In pratica, su un totale di circa 800.000 società di capitali operative, il 78% non versa le imposte dovute e si stima un’evasione fiscale attorno ai 22,4 miliardi di euro l’anno.

 

Per esempio, a che cosa serve l'IRAP? È precisamente un'imposta regionale sulle attività produttive. Il 90% del gettito ottenuto viene attribuito alle regioni allo scopo di finanziare il Fondo sanitario nazionale. Quanto pagano di IRAP le grandi aziende? Molto spesso 0.

 

Questa crisi ci dimostra ancor di più che non possiamo “fare il pane senza la farina”: se davvero le grandi imprese che fanno profitti in Italia hanno a cuore questo Paese, non si limitino a una mancia sotto forma di donazione, ma paghino per intero le tasse dovute, perché andrà davvero tutto bene come dicono solo se saremo in grado di far funzionare al meglio la nostra sanità pubblica, la nostra scuola pubblica e i tutti i nostri servizi. Il resto sarà solo retorica finché loro restano nei paradisi e la nostra economia all'inferno.