Difendiamo il distretto sanitario RM5.1 (Monterotondo, Mentana, Fonte Nuova)

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Comunicato dei familiari degli utenti del Centro Socio Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto sanitario RM 5.1 (Monterotondo, Mentana, Fonte Nuova)

A seguito dell'incontro del 20 febbraio u.s. tra i familiari degli utenti dello CSERDI ed il Comitato istituzionale per il Piano sociale di zona RM5.1, temiamo che il Centro Socio Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale così come lo abbiamo conosciuto sia in coma, se non addirittura morto, perché un comune si è defilato dal cofinanziare il Centro.

Ma quali sono state le motivazioni che hanno portato ad una scelta così estrema, che ha tradito lo spirito del legislatore regionale il quale si è mosso dall’assunto della centralità dei bisogni degli utenti?

Il comune renitente, contesta il non corretto funzionamento dell’Ufficio di Piano, cioè l’ufficio tecnico-amministrativo con funzioni propositive, di organizzazione e gestione dei servizi erogati a livello distrettuale: tale ufficio grava sul bilancio del distretto RM5.1 per oltre € 100.000,00 l'anno, di cui poco più di € 30.000,00 a carico dei comuni. Lo stesso comune pone l’accento sulla possibilità di dotare il distretto sanitario di un consorzio tra comuni abbandonando così l’attuale gestione del Comitato istituzionale: la forma consortile permetterebbe l’assunzione di personale ad-hoc per il funzionamento del citato Ufficio di piano, sgravando così i comuni dal doverne garantire la funzionalità con proprie risorse umane, e si porrebbe come ente terzo nei confronti degli stessi.

I comuni del distretto RM5.1 non trovano l’accordo ed arrivano alla spaccatura che porta alla riduzione del finanziamento dello CSERDI, con conseguenze negative sull’utenza già gravata dalle avversità che il destino ha riservato loro.

Di cosa parliamo?

La Legge Regionale 10 agosto 2016, n.11 - Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali della Regione Lazio - sostiene e garantisce i diritti e i doveri di cittadinanza sociale, la qualità della vita delle persone, delle famiglie e delle comunità, l’autonomia individuale, la coesione sociale, l'eliminazione e la riduzione delle condizioni di disagio e di esclusione.

Ma come realizzare questo?

Lo strumento pensato dal legislatore è quello del Sistema integrato di interventi e servizi sociali (Art. 3). Tale sistema ha carattere di universalità degli interventi, diretti alla generalità della popolazione ed omogeneità dei livelli essenziali delle prestazioni sociali nel territorio, si basa sui principi di cooperazione e promozione della cittadinanza sociale ed è volto a garantire il pieno rispetto dei diritti nonché il sostegno delle persone, delle famiglie, delle formazioni sociali e delle responsabilità dei soggetti istituzionali e sociali per la costruzione di una comunità solidale. La Regione e gli enti locali sono tenuti a realizzare il sistema integrato che deve garantire i livelli di prestazioni fissati nella programmazione regionale consentendo il pieno esercizio del diritto soggettivo riconosciuto dalla legge.

Per la realizzazione dei numerosi obiettivi (Art. 4), la Legge istituisce il Distretto socio-sanitario (Art. 43) all’interno del quale i comuni esercitano in forma associata le funzioni ed i compiti (Art. 35), gli Organismi di indirizzo e programmazione (Art. 44) che nel caso del distretto RM5.1 è il comitato dei sindaci, l’Ufficio di piano (Art. 45) per il quale i comuni individuano il personale e le risorse necessarie per il suo finanziamento.

La programmazione del sistema integrato prevede, tra l’altro, la predisposizione del Piano Sociale di Zona (Art. 48), che è lo strumento di programmazione degli interventi e dei servizi del sistema integrato locale da realizzare nell’ambito del distretto socio-sanitario, ha durata triennale e viene aggiornato annualmente. Si tratta di comprendere in un unico documento programmatico, appunto il Piano Sociale di Zona, tutte le misure attivate a livello distrettuale a valere sulle risorse trasferite dalla Regione ai distretti socio-sanitari e al contempo di evidenziare le ulteriori risorse di cui beneficiano i distretti e quelle messe in campo dai singoli Comuni a valere sui propri bilanci, al fine di tenere insieme le risorse e individuare complessivamente gli interventi e i servizi da attivare sul territorio distrettuale. (D.G.R. n.136 del 25/03/2014). Il piano sociale di zona è pubblicato nella sezione Amministrazione trasparente dei siti istituzionali dei comuni e delle aziende sanitarie locali.

Vari sono gli interventi ed i servizi del sistema integrato, tra questi il Centro diurno (Art. 28), una struttura di tipo aperto che fornisce prestazioni socioeducative, di socializzazione, di aggregazione e di recupero, destinate ai soggetti in età evolutiva, alle persone con disabilità ed alle persone con disagio psichico, è collegato con le strutture ed i servizi del territorio e può offrire anche prestazioni di supporto all’assistenza domiciliare nonché servizi tesi a dare risposta ai bisogni degli anziani affetti da Alzheimer.

Ma questo complesso sistema integrato come viene finanziato?

La normativa regionale è molto chiara in merito: il sistema integrato è finanziato dai comuni, con il concorso delle risorse regionali, sia in conto gestione sia in conto capitale, finalizzate alle politiche sociali, nonché dal fondo sanitario regionale per quanto riguarda le attività integrate socio-sanitarie (Art. 64). La Regione concorre, anche con risorse provenienti dall’Unione europea e dallo Stato, al finanziamento dei servizi sociali e socio-sanitari erogati a livello distrettuale.

Per assicurare la continuità degli interventi compresi nella Misura 1 (Servizi Essenziali) del Piano Sociale di Zona 2018, con Determinazione n. G15114 del 26/11/2018, la Direzione Inclusione Sociale della Regione Lazio stanzia, per il distretto RM5.1, la somma di € 1.126.536,30, come nell’anno precedente.

Ma nel 2019 nasce il paradosso perché il distretto RM5.1 capovolge la novella dell’Art. 64 della L.R. 11/2016 allorquando i comuni, defilandosi dal finanziare, almeno in parte, la Misura 1, quella dei servizi essenziali, trasformano le risorse regionali da concorrenti a principali, facendo arretrare di oltre 5 anni le condizioni dei servizi sociali del territorio: nella relazione alla proposta di  legge sul “Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali della Regione Lazio”, la Giunta evidenziava che “i Comuni hanno continuato ad organizzare e gestire singolarmente la maggior parte dei servizi sociali, destinando al livello distrettuale esigue risorse finanziarie. Sicché di fatto i piani distrettuali di Zona, finora si sono limitati a programmare e gestire quasi esclusivamente i servizi che possono essere finanziati con i fondi messi a disposizione dalla Regione. È stato in tal modo radicalmente disatteso il compito che dovrebbero avere i Piani di Zona: quello di individuare gli obiettivi strategici dell’intero sistema locale dei servizi sociali e di programmare, per il loro conseguimento, l’utilizzo dell’insieme delle risorse che il sistema stesso è in grado di mettere in campo”[1].

Siamo quindi di fronte ad una regressione dei servizi sociali, la volontà dei comuni, di organizzare e finanziare interventi per i soli utenti residenti nei singoli territori, tradisce gli obiettivi della programmazione regionale in campo socio-assistenziale che tende a promuovere[2]:

a) la realizzazione di forme associative tra i comuni a livello distrettuale per la programmazione degli interventi;

b) l’integrazione tra gli interventi socio-assistenziali e socio-sanitari;

c) la creazione di un sistema a rete dei servizi;

d) la qualificazione degli interventi e dei servizi che devono rispondere in modo adeguato alle esigenze dei cittadini;

e) la ricomposizione dei finanziamenti all’interno dei distretti sociosanitari, allo scopo di ottimizzare la spesa.

In cosa si traduce tutto questo?

Il Comitato Istituzionale, nella riunione del 15 novembre 2018, richiede all'ufficio di Piano, a fronte di una mancata compartecipazione di alcuni comuni del distretto, di formulare delle ipotesi progettuali calibrate su budget ridimensionati in merito ai servizi erogati dallo CSERDI, concorda di valutare nel loro complesso tutti i progetti presenti nella Misura 1. Concorda, inoltre, che sia prioritario attivare quanto necessario alla predisposizione di una compartecipazione degli utenti ai servizi. Nel successivo incontro del 10 dicembre 2018, in relazione al servizio CSERDI, il Comitato Istituzionale si esprime favorevolmente sulla seguente ipotesi: apertura del servizio per n. 42 settimane/anno e diminuzione di n. 1 ora/giorno, nonché riduzione del rapporto operatore/utente nella misura di 1 a 6 per gli operatori e per gli educatori. A tale ipotesi va inoltre aggiunta la compartecipazione al costo dei servizi a domanda individuale che rimarranno a carico dei Comuni per un importo complessivo di € 50.000 che ogni singolo Comune provvederà a riscuotere sulla base dell’ISEE.

Con la Determinazione n. 46 del 29 gennaio 2019, il Servizio Autonomo Politiche Sociale del comune di Monterotondo formalizza quanto deciso dal Comitato, indicendo una Richiesta Di Offerta  MEPA-CONSIP (RDO) per la gestione dello CSERDI. Nel capitolato di gara si esplicita come lo CSERDI si colloca all’interno dei Servizi Distrettuali come spazio di promozione e realizzazione di Percorsi Individualizzati, nel rispetto della tipologia di disabilità e dell’età della persona fruitrice del servizio; attraverso un intenso lavoro con la rete socio-sanitaria e il territorio nella sua complessità, concorre alla definizione di un Progetto di Vita che riconosca e dia la possibilità ad ogni persona con disabilità accolta, di essere parte della propria comunità di riferimento, come cittadino attivo e portatore di valore e non solo come fruitore di un servizio. Nello stesso capitolato viene ribadita l'importanza del servizio riconoscendo che il Centro, pertanto, rappresenta sul territorio un punto di riferimento per le persone con disabilità e le loro famiglie, garantendo una pluralità di risposte ad una complessità di bisogni, attraverso la fruizione e l’integrazione di attività occupazionali ed espressive, di socializzazione, di formazione, di orientamento, di sostegno all’inserimento lavorativo e di tutti quegli interventi che perseguano le stesse finalità.

Ma, nonostante questi apprezzamenti, viene  stabilito che l’affidamento del servizio è per il periodo da marzo 2019 a dicembre 2019 con l’esclusione dei seguenti periodi: dal 18/4/2019 al 01/05/2019, dal 22/7/2019 al 31/08/2019 e dal 23/12/2019 al 31/12/2019, per un totale di n. 34 settimane, e che  l’apertura settimanale è prevista per n. 5 giorni dal lunedì al venerdì, per n. 6 ore giornaliere dalle ore 9.00 alle ore 15.00, con la possibilità di variazioni dell’orario sulla base di specifiche iniziative ed attività organizzate dal Centro, sulla base dell’offerta progettuale della società aggiudicataria.

Quindi, da un lato riconoscono l'importanza fondamentale del servizio, dall'altra ne riducono le potenzialità.

In pratica l'apertura del Centro passa da 48 a 42 settimane (chiusura di 2,5 mesi l’anno contro 1 mese precedente), le ore giornaliere d’apertura da 7 a 6, c'è una diminuzione del rapporto operatore/utente che da 1:3 diventa 1:6, di fatto riducendo sia la qualità che la quantità del servizio.

Tenuto conto di quanto disciplinato dalla DGR 1304/2014 che, tra l'altro, prevede i requisiti per il rilascio dell'autorizzazione all'apertura ed al funzionamento dei Centri Diurni, le scelte operate dal Comitato, sebbene non condivisibili, sembrano rientrare nei canoni previsti dalla Regione, ad eccezione, forse, per quanto attiene l'apertura giornaliera: nell'allegato "A" di tale delibera, alla sezione I.B.4.4.b.5 Funzionamento, si stabilisce che il Centro diurno garantisce il funzionamento per un minimo di sette ore giornaliere, di norma per cinque giorni alla settimana e per dieci mesi l’anno. Per motivate esigenze organizzative e gestionali, previa valutazione del comune competente, la struttura può essere autorizzata a funzionare per periodi inferiori, e comunque per non meno di tre giorni a settimana. Sembra indubbio che la parola minimo stia ad indicare che sotto quella soglia non si può andare, mentre di norma dia un margine di discrezionalità.

Nell'accennata riunione del 20 febbraio, alle proteste formulate dai familiari degli utenti su quanto deliberato dal Comitato, ha fatto seguito la risposta delle singole amministrazioni che hanno ipotizzato la realizzazione di servizi alternativi per i periodi di chiusura del Centro, ognuno per i propri residenti, dimostrando così, nei fatti, l'assoluta noncuranza delle persone a cui il servizio è rivolto.

Per gli utenti del Centro, è fondamentale la continuità del servizio, perché solo nella stabilità e costanza del loro percorso di riabilitazione ed autonomia riescono a trovare giovamento alla loro già difficile situazione; non possono essere sballottati da un progetto all'altro per colpa di una visione politica discordante, alla quale non si è voluto o potuto trovare una soluzione.

La politica è l'arte di trovare soluzione ai problemi della società e non quella, come in questa occasione, di crearli.

[1] D.G.R. n. 321 del 10 ottobre 2013
[2] D.G.R. N. 569 del 9 ottobre 2018




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