Salviamo Monte Scalpello

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Ormai da giorni si susseguono incessantemente sulle principali testate giornalistiche le notizie relative alla riapertura di una cava di calcare in località S.Nicolella nel territorio del comune di Agira, in provincia di Enna.
A presentare il progetto, la nota azienda trevigiana Fassa Bortolo che nei giorni addietro si è resa protagonista di una campagna mediatica volta ad evidenziare la lentezza burocratica dovuta al ritardo del rilascio delle necessarie autorizzazioni da parte della Soprintendenza BB.CC.AA di Enna.
Secondo l’azienda la situazione di stallo sarebbe dovuta al fatto “che una piccola parte dell’area interessata dal progetto risulta essere di interesse archeologico”.
A seguito della verifica archeologica preventiva, a dire della Fassa, sarebbero stati rinvenuti soltanto “reperti poco significativi”.
A rincarare la dose l’Amministrazione comunale di Agira secondo cui ci troveremmo di fronte ad un eccesso di tutela dei beni culturali, a scapito della creazione di posti di lavoro, riferendosi alle ricadute occupazionali che la riapertura della cava calcarea avrebbe sul territorio .
In realtà va rilevato come l’area interessata dal progetto della Fassa Bortolo ricada sul versante meridionale di Monte Scalpello, sito di notevole interesse storico-archeologico e naturalistico, sottoposto a vincolo idrogeologico (R.D.L. 3267/23) e paesaggistico (L. 1497/39).
Il complesso di M.te Scalpello-S.Nicolella riveste un’eccezionale importanza anche sotto il profilo paleontologico. L’interesse per le faune fossili dell’area si data già al XIX secolo quando illustri naturalisti e paleontologi, tra i quali Pietro Calcara, Andrea Aradas e lo stesso Gaetano Giorgio Gemellaro si dedicarono allo studio del sito. Risale al 2014 il rinvenimento dei resti fossili di ittiosauri (rettili marini preistorici), i primi rinvenimenti di tale genere in tutta l’Italia meridionale.
A ridosso della cava si individuano i resti di un villaggio che ha restituito tracce di cultura materiale riferibile al neolitico e all’eneolitico, nonché i resti di un abitato indigeno ellenizzato (VII-IV a.C.) con relative necropoli.
Il sito estrattivo, inoltre, è ubicato a soli 1,5 km ad ovest rispetto al pianoro sommitale di Monte Scalpello, sede di un vasto insediamento fortificato, da alcuni identificato con Sorgive Castellace, dotato di un articolato sistema difensivo di età bizantina-medievale costituito da cortine murarie intervallate da diverse torri di avvistamento e da un complesso sistema di approvvigionamento idrico. In età normanna esisteva già sulla sommità del monte una chiesa dedicata a S. Costantino rientrante nei possedimenti dell’Abbazia di S. Maria Latina di Gerusalemme in Agira. Dopo il 1524 sull’area si stanziò una comunità di monaci che fondarono l’eremo di Monte Scalpello, tuttora oggetto di pellegrinaggi legati al culto dei Corpora Sancta.
A circa duecento metri dal limite occidentale della cava un bevaio del XVIII-XIX secolo, alimentato dalla sorgente Saraceni, sorge alla confluenza con una deviazione della Regia Trazzera Troina-Agira-Caltagirone il cui tracciato, studiato dall’archeologo Dinu Adamesteanu, ricalca, in parte, un importante asse viario di epoca greca e romana.
Nel 1995 la Commissione per la Tutela delle bellezze naturali e panoramiche della Provincia di Enna, nella relazione propedeutica all’apposizione del vincolo paesaggistico di M.te Scalpello, sottolineò l’importanza dell’area che, unitamente alle testimonianze architettoniche, “costituisce una bellezza di insieme con valenze ambientali e paesaggistiche di notevole rilievo visibile dalle ampie pianure e vallate circostanti”.
Tutti gli elementi sopra delineati concorrono a restituire l’immagine di un sito fortemente antropizzato nel corso delle diverse epoche storiche in virtù della fertilità dei luoghi e della posizione strategica dell’insediamento di Monte Scalpello posto a difesa delle fertilissime vallate del Dittaino e degli importanti assi viari che collegavano il territorio di Agira alla Valle del Margi.
Nonostante l’eccezionale importanza paesaggistica e storico-archeologica il sito nel corso della seconda metà del Novecento ha visto il proliferare di diverse cave di calcare sulle pendici del monte che hanno irrimediabilmente compromesso l’originario profilo.
L’apertura della cava rappresenterebbe l’ennesimo attacco al fragile equilibrio di un contesto naturalistico e storico-archeologico di rara bellezza ed importanza.
Pertanto l’Associazione culturale di volontariato SiciliAntica si oppone a questo insano progetto, manifestando il suo pieno sostegno ai funzionari della Sezione Archeologica della Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna, di cui condivide l’operato e auspica un intervento immediato da parte del Presidente Musumeci e dell’Assessore Sgarbi, affinché mettano la parola fine su questa squallida e assurda vicenda.

Il Presidente Regionale di SiciliAntica

Simona Modeo

 

 



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