Tutele pensionistiche per i NEET

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Mi chiamo Carmelina Rosa ho 63 anni e da oltre 30 anni lavoro alle dipendenze di un piccolo Comune della Basilicata che si chiama Avigliano. Sono quasi alla fine della mia attività lavorativa perché mi manca una manciata di anni per raggiungere la pensione di vecchiaia. In questi anni di attività lavorativa ho visto cambiare profondamente il mio posto di lavoro: al momento della mia assunzione il Comune di Avigliano contava circa 120 dipendenti a tempo indeterminato, oggi ne conta meno di cinquanta affiancati da un numero consistente di lavoratori precari variamente denominati. Se la preoccupazione maggiore dei dipendenti assunti a tempo indeterminato è quella dell’età lavorativa che, rispetto alle aspettative, si va facendo sempre più lunga, la preoccupazione maggiore dei lavoratori precari è quella di riuscire a racimolare un salario capace di coprire le spese familiari fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Una preoccupazione comune ad entrambe le tipologie di lavoratori riguarda, poi, il destino dei figli che,  giovani e meno giovani, con un grado di istruzione basso o alto, faticano a trovare lavoro.

Io non sono un genitore ma sono circondata da genitori preoccupati per il futuro dei loro figli specie di quelli che lentamente sono scivolati o stanno scivolando nella categoria dei NEET che, come è noto, è un acronimo inglese che identifica i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, non seguono corsi di formazione e, in alcuni casi, non cercano nemmeno più un lavoro.

La frase che sento più spesso pronunciare a questi genitori è: “Finché siamo vivi noi avranno di che mangiare e di che vestirsi ma dopo che ne sarà di loro?”. A mo’ di battuta dicevamo con alcuni colleghi che ci vorrebbe una legge che tuteli il “dopo di noi” anche per i cosiddetti NEET.

Ma, al di là delle battute, il tempo passa e le politiche per la crescita e lo sviluppo, che dovrebbero ridurre l’alto numero di giovani senza lavoro, si rivelano sempre più lente ed inefficaci anche a causa del perdurare della crisi economica. Andando avanti di questo passo il bacino di giovani senza lavoro si allargherà sempre di più ed è destinata ad allargarsi anche la fascia dei NEET che arriverà ad un’età sempre più elevata con conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico.

A farcela saranno sicuramente solo i giovani particolarmente dotati, anche di spirito di iniziativa, e disponibili a correre qualche rischio anche perché adeguatamente sostenuti in famiglia.

E gli altri?

L’idea che mi è venuta, non potendo in alcun modo incidere sulle politiche di sviluppo che richiedono ben altre competenze, è quella di proporre una petizione, da inviare al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti e al Presidente dell’INPS Prof. Tito Boeri, finalizzata a promuovere l’istituzione di un fondo pensionistico presso l’Inps dedicato a questi giovani e alimentato da contributi volontari versati a loro nome da genitori  e/o familiari che probabilmente sarebbero felici di investire così una parte dei loro risparmi sapendo di contribuire ad assicurare in questo modo la sopravvivenza dei loro congiunti anche quando essi non ci saranno più. Tali versamenti, qualora il destinatario dei contributi riuscisse a trovare lavoro, potrebbero cumularsi all’eventuale assegno pensionistico maturato rimpinguandolo e non lascerebbe scoperti i periodi di inattività.

Un altro aspetto da tenere presente è che, tale fondo, adeguatamente studiato, potrebbe risultare utile anche per mantenere in equilibrio un sistema pensionistico che rischia di essere messo a dura prova dall’alta percentuale di lavoratori con pochissimi contributi versati.

Non sono un genitore, ma credo che un’intera generazione – la mia - debba interrogarsi sulle opportunità che, crisi economica a parte, non è stata capace di creare per le generazioni che seguono e che debba sforzarsi, nel mentre si lavora a creare opportunità, di pensare anche a strumenti di tutela che non rendano precaria la loro intera esistenza.

 



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