LE CONTABILITA' SEMPLIFICATE RIVOGLIONO LE RIMANENZE O IL RIPORTO DELLE PERDITE

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Per spiegare il problema riportiamo alcuni articoli interessanti:

https://www.facebook.com/groups/32952934019/permalink/10155806998289020/

Il mancato riporto delle perdite rende, praticamente, inapplicabile il “regime di cassa” varato per oltre due milioni di imprese.
Bisogna mettere in evidenza e far capire, con questi esempi numerici semplicissimi, che invece di semplificare la vita ai piccoli imprenditori li stanno portando verso la strada del fallimento, perché le micro imprese non possono sostenere, neanche, i costi di una contabilità ordinaria per venirne fuori.

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Revisori Enti Locali
Amministratore · 5 giugno alle ore 22:42
http://www.fiscal-focus.it/…/perdita-da-semplificata-come-l

PERDITA DA “SEMPLIFICATA”, COME LO SPIEGO ALLA BANCA?
Una delle principali preoccupazioni che il mutamento del criterio di determinazione reddituale dei contribuenti in contabilità semplificata porta con sé, è quella della gestione dei rapporti dei clienti di studio con gli istituti di credito.

Come ben sappiamo, quando gran parte dei modelli Redditi è ancora in fase embrionale, immancabili arrivano numerose richieste da parte delle banche: per il rinnovo dei fidi occorre presentare bilanci e dichiarazioni dei redditi, talvolta addirittura già corredate da ricevuta di trasmissione telematica.

Queste richieste, e al di là delle problematiche legate alla tempistica, mai come quest’anno comportano difficoltà aggiuntive e la necessità di produrre qualche documento in più e di argomentare quanto trasmesso all’istituto di credito.

Come ben sappiamo, il passaggio dal regime di competenza al regime di cassa (o, per meglio dire, al regime di cassa misto) comporta una serie di cambiamenti radicali nella determinazione del reddito, la cui prima applicazione concreta si verifica appunto nel modello Redditi 2018 con riferimento al 2017. A seguito di questi cambiamenti, moltissime aziende si ritroveranno, per la prima volta, a dichiarare perdite, o comunque risultati economici estremamente contratti rispetto al passato.

La principale causa di quanto sopra è da ricercarsi nella irrilevanza reddituale delle rimanenze finali di magazzino.

Da più parti ci si pone quindi il problema di come “spiegare” alla banca che la perdita non è legata a fenomeni aziendali, bensì determinata dal mutamento delle regole contabili imposto dalla Manovra 2017.

Per quanto riguarda la problematica delle rimanenze, il problema è tutto sommato di facile soluzione. Il dato, infatti, non è scomparso dai dichiarativi. Come ben sappiamo, anche i contribuenti in contabilità semplificata, indipendentemente dalla modalità di tenuta di tale contabilità (ovvero con registro incassi e pagamenti, piuttosto che con libri IVA integrati, o ancora con opzione di ‘cassa virtuale’ ex articolo 18 comma 5 del D.P.R. 600/73), dovranno valorizzare il magazzino con le modalità consuete (articoli 92 e 93 del T.U.I.R.) ed indicare il valore delle rimanenze finali al rigo RG38.

Quanto esposto al rigo RG38, ovviamente, sarà irrilevante ai fini fiscali, ma l’informazione sarà comunque “certificata”, anche per la banca, da quanto evidenziato nel dichiarativo (e non solo nel rigo RG38, ma anche nel prospetto dei dati contabili dello Studio di Settore). Per rendere il tutto più chiaro, anche a favore dei più ‘ottusi’, potrebbe essere utile corredare il dichiarativo con una situazione contabile (che evidentemente evidenzia anche le rimanenze finali), eventualmente integrata da alcune righe di commento che esplicitino quello che sarebbe stato il risultato economico se non fossero intervenute le modifiche normative all’articolo 66 del TUIR.

Se la questione rimanenze finali, come abbiamo visto, è abbastanza semplice da “spiegare” alla banca, forse meno semplice è il caso del contribuente in semplificata (che non abbia optato per la cassa virtuale) che si sia trovato nell’anno 2017 in una situazione di sofferenza per quanto riguarda l’incasso delle proprie fatture attive.

Richiamiamo brevemente il meccanismo: i contribuenti in regime di contabilità semplificata possono, sostanzialmente, aver scelto due diverse strade di determinazione reddituale, due strade che possono portare a risultati molto diversi. Da una parte vi sono coloro che hanno scelto di rispettare il principio di cassa ‘reale’ (indifferentemente con tenuta del registro incassi e pagamenti o con tenuta dei libri IVA integrati), dall’altra coloro che hanno optato, ai sensi dell’articolo 18 comma 5 del D.P.R. 600/1973, per la cassa ‘virtuale’.

Nel primo caso, la situazione contabile potrebbe risultare peggiorata dal mancato incasso nell’anno dei crediti vantati verso i clienti (come peraltro potrebbe risultare migliorata nel caso in cui a non essere stati pagati siano stati i fornitori).

Un semplice esempio evidenzia il peso che può avere il criterio di cassa reale piuttosto che virtuale nella determinazione del reddito aziendale.
Ipotizziamo il caso di un contribuente che abbia emesso una fattura per cessioni di beni, in prossimità della fine dell’anno 2017, di 20mila euro di imponibile (oltre IVA). Tale fattura è stata incassa nel mese di gennaio 2018.

Secondo il criterio della competenza, che come sappiamo non è più applicabile ai contribuenti in contabilità semplificata, i 20mila euro avrebbero senza dubbio concorso al risultato di esercizio dell’anno di emissione della fattura. Quindi, se il criterio della competenza fosse ancora stato vigente nel 2017, i 20mila euro avrebbero costituito ricavo di esercizio imputabile a tale anno.

Secondo il principio della ‘cassa virtuale’ (opzione articolo 18 comma 5 D.P.R. 600/1973), invece, il componente positivo o negativo di reddito rileva all’atto dell’annotazione della relativa fattura sui libri contabili. Quindi, visto che la fattura è stata emessa nel 2017, è stata certamente annotata in tale anno, e quindi il contribuente che ha optato per la cassa virtuale troverà tra i propri ricavi dell’anno 2017 i 20mila euro del nostro esempio, anche se il corrispettivo non è stato incassato in tale anno.

Non così, invece, nel caso di semplificato che non abbia espresso opzione per la cassa virtuale, e che quindi determina il reddito secondo il principio della cassa ‘reale’. Infatti, se tale contribuente ha scelto la strada della tenuta del registro incassi e pagamenti, l’incasso non sarà stato annotato nel 2017, e quindi il componente positivo non risulta imputabile a tale anno. Se, invece, ha scelto la strada dei registri IVA integrati, la fattura sarà stata annotata, ma al 31 dicembre 2017 il contribuente è tenuto ad effettuare l’annotazione del mancato incasso, andando così a neutralizzare il componente positivo per l’anno 2017. In entrambi i casi, quindi (incassi e pagamenti o libri iva integrati), i 20mila euro del nostro esempio non costituiranno ricavo nel 2017 (bensì lo saranno nel 2018, anno di avvenuto incasso).

È evidente che questo meccanismo, in determinate circostanze, possa comportare scostamenti di rilievo nella determinazione reddituale rispetto a quanto sarebbe accaduto osservando il criterio della competenza.

In dipendenza della data di incasso delle fatture attive e di pagamento delle fatture passive, incassi e pagamenti che magari si sono verificati nei giorni immediatamente successivi del 2018, possono verificarsi scostamenti che possono andare ad incidere in maniera “imprevedibile” sul risultato economico, rendendolo difficilmente comparabile a quello determinato negli anni passati secondo il criterio della competenza. 
Per quanto sovra esposto potrebbe essere opportuno, per non dire indispensabile, nel consegnare la documentazione richiesta agli istituiti di credito, accompagnare il dichiarativo con un prospetto di raccordo che evidenzi quello che sarebbe stato il risultato economico laddove si fossero applicate le previgenti norme di determinazione reddituale per competenza.
Autore: Sandra Pennacini

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 https://www.fisco7.it/2018/05/semplificati-per-cassa-le-rimanenze-abbattono-i-redditi/

Per l’anno 2017, i contribuenti in contabilità semplificata rischiano di conseguire una super perdita virtuale a cui faranno seguito maggiori redditi altrettanto virtuali per gli anni successivi fino alla cessazione dell’attività con conseguenze negative per le imprese di più piccole dimensioni che dovranno versare imposte su utili fittizi. Si perviene ad una situazione diametralmente opposta nel caso in cui i contribuenti adottino la contabilità ordinaria. Si tratta di una disparità di trattamento difficilmente giustificabile, che si fonda sul regime di contabilità creando iniquità tra soggetti nelle medesime condizioni.

Nicolò Cipriani – Centro Studi CGN

                



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