NO ALLO SGOMBERO DEI RIFUGIATI DA VIA SPAVENTA

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La notte tra l’11 e il 12 gennaio 2017 un terribile incendio distruggeva l'ex mobilificio Aiazzone, riparo per più di cento rifugiati politici somali. Nel rogo perdeva la vita Alì Muse, di appena 39 anni.
Come gli altri abitanti del capannone, Ali Muse dormiva all'ex-Aiazzone dopo essere stato “scaricato” per l'ennesima volta dal sistema delle “accoglienze brevi”. Come gli altri, era in Italia da molti anni, dove il riconoscimento del diritto di asilo non si è mai tradotto nella garanzia di una vita degna.

Il 17 di gennaio gli ex abitanti di Aiazzone occupano lo stabile di via Spaventa dopo aver manifestato per giorni davanti alla Prefettura per richiedere soluzioni abitative stabili e dignitose capaci di chiudere definitivamente un'emergenza che, nella città di Firenze, per i rifugiati somali dura da più di dieci anni. La voce delle proteste arriva fino all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che richiede alle istituzioni un maggiore “sostegno all’inserimento socio economico delle persone che fuggono da violenze e persecuzioni”. Non abbastanza per portare il Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica (COSP) di quei giorni a venire incontro alle legittime richieste dei rifugiati.

Nei giorni successivi all'occupazione, padre Ennio Brovedani, rappresentante dell'ordine dei Gesuiti proprietari dell'immobile di via Spaventa, dichiara più volte alla stampa la contrarietà ad ogni ipotesi di sgombero, in linea con le posizioni di Papa Francesco sul primato dell'accoglienza.
Nel frattempo, durante i mesi trascorsi fino ad oggi, il Comune di Firenze chiude ripetutamente le porte in faccia ai rifugiati che continuano a rivendicare soluzioni abitative vere, rifiutandosi di ritornare in progetti di accoglienza dalla durata di poche settimane – ma esageratamente costosi per le casse pubbliche – che a scadenza li scaricherebbero, per l'ennesima volta, in mezzo a una strada.

A sei mesi di distanza, di fronte alla possibilità di chiudere la vendita dell'immobile per sei milioni di euro a un'Università cinese, l'atteggiamento dell'Ordine dei Gesuiti è profondamente cambiato, fino ad arrivare ad avallare un'ipotesi di sgombero forzato nonostante l'assenza di soluzioni alternative adeguate.
Per questo richiediamo lo stop ad ogni ipotesi di sgombero forzato dei rifugiati che vivono in via Spaventa. Crediamo che la dignità e il rispetto della vita umana non possano essere considerati meno importanti rispetto al profitto che deriverebbe dalla vendita di un immobile, né calpestati in nome di una dogmatica applicazione di un principio di legalità.
Se l'occupazione è nata da un vuoto di risposte istituzioni, urge oggi riempire questo vuoto e guardare al superamento dell'infinita “emergenza rifugiati” con soluzioni adeguate e condivise con i rifugiati stessi. Solo così la questione può essere risolta. Non con gli sgomberi forzati.
Se siamo arrivati a questo punto, con la morte di un giovane uomo e una situazione di vita che continua ad essere precaria per centinaia di altri, la responsabilità è di chi non è stato in grado di gestire questa delicata situazione. Per questo crediamo sia un dovere delle istituzioni oggi aprire al dialogo nei confronti degli abitanti di via Spaventa, accettando di riceverli ad un tavolo di confronto in cui elaborare soluzioni condivise ed efficaci, nel rispetto della loro dignità e dei loro diritti.

Quanto successo il 12 di luglio con lo sgombero dello stabile di via Luca Giordano - che ha lasciato in strada senza alcuna soluzione alternativa di accoglienza circa 30 rifugiati politici – ha rappresentato un vero e proprio scempio che non deve essere replicato, uno dei punti più bassi toccati da questa città per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani di chi scappa dalla guerra e la morte.

Facciamo appello ai Gesuiti, alla curia, al Comune, alla Prefettura per mettere un freno a questa folle ipotesi di sgombero che avrebbe come unica conseguenza quella di buttare in mezzo alla strada centinaia di persone, privandole di ogni possibilità di vivere una vita degna e continuando semplicemente a ignorare un problema che avrebbero tutto il potere di risolvere con delle politiche lucide e appropriate.

 Primi firmatari:

Ornella De Zordo, Laboratorio perUnaltracittà
Don Alessandro Santoro, comunità delle Piagge
Don Paolo Arzani, parrocchia di S. Lucia sul Prato
Maurizio Sarcoli, insegnante di italiano per stranieri
Sandra Carpi Lapi, psicologa psicoterapeuta
COBAS Firenze
Associazione di Mutuo Soccorso in memoria di Abucar Moalli



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