PETIZIONE CHIUSA

Un assassino si, IO NO! Perche' la Chiesa interpreti in maniera giusta l'articolo 874 del Codice di Diritto Canonico.

Questa petizione aveva 704 sostenitori


Salve a tutti, 


sono Vito Maraschio e quest'anno sono stato chiamato a rivestire il ruolo di padrino per un battesimo ed una cresima. Purtroppo, gli Uomini della Chiesa hanno ritenuto opportuno negarmi questa possibilità rifacendosi all'articolo 874 del Codice di Diritto Canonico. Questo recita: "Perche' uno possa essere ammesso all'incarico di padrino e' necessario che: […] conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume." (http://bit.ly/1mkMVL4)
Apparentemente, la mia vita non è conforme alla fede perchè colpevole di aver sposato una donna divorziata. Secondo l'Arcivescovo dell'Arcidiocesi di Otranto, Mons. Donato Negro: "Un assassino, pentendosi, ottiene la Misericordia di Dio e, diventando un uomo normale, puo' farlo".

Io, da cristiano cattolico convinto, mi chiedo per quale motivo un assassino conduca una vita conforme alla fede ed io no...

Lo scopo principale di questa petizione è quello di unire le forze in questa battaglia che non è solo la MIA battaglia, ma anche quella di migliaia di cristiani cattolici a cui la Chiesa nega diritti e possibilità in base a criteri ingiusti e discriminanti.

Mi impegnerò personalmente affinchè le vostre firme arrivino direttamente tra le mani di Papa Francesco. Sono fiducioso che i nostri sforzi metteranno in moto un processo di cambiamento, possibile solo se OGNUNO DI NOI darà il suo piccolo contributo.

Gazie a tutti.

Vito Maraschio

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I rapporti umani spesso prescindono da calcoli, ragionamenti e interesse.

A volte essi sono dettati dal sentimento, dalla passione e dall’amore.

Si inquadrano cosi’ nel contesto del piu’ vero e piu’ esaltante quadro dell’essere umano, dell’essere spinti a darsi l’uno nei confronti dell’altra.

Ecco cosa sono le persone, gli uomini e le donne, quelle stupende creature di Dio.

Quelle creature alle quali il Signore ha donato anche i sentimenti.

Veniamo alla storia.

Anni fa’ ho sposato mia moglie che aveva avuto la sventura di unirsi in matrimonio con un uomo che non l’ha resa felice.

Passano gli anni e la vita della mia famiglia procede come quella di tante altre, tra gioie e problemi affrontati pero’ sempre con serenita’ e tutti e quattro insieme.

Quattro perche’ mia moglie aveva due figlie, che sono diventate le nostre ragazze e per le quali abbiamo fatto cio’ che una famiglia normale fa per le proprie figlie.

Nella vita di un uomo ci sono occasioni per essere felice, per provare soddisfazione e la soddisfazione e’ spesso legata ai figli. Percio’ vorrei riuscire a trasferire quello che ho provato quando ho letto, scritto da loro, che una figlia e’ di chi la cresce e non di chi la fa.

In quel momento ho sentito dentro di me la speranza di aver adempiuto al ruolo di padre, ho trovato una conferma positiva al dubbio di essere all’altezza di un compito difficile e delicato.

Un compito fatto di regole, di consigli, di si, ma anche di tanti no.

La vita scorreva serena, scriverebbe un romanziere, con mia moglie impegnata nel volontariato cattolico, le mie figlie impegnate a costruirsi un futuro con tanti sacrifici ed io preso dalla continua spinta a dedicarmi anche allo sviluppo del mio paese all’interno del contesto sociale cittadino.

Un giorno, pero’, il figlio di amici mi chiede di essere il suo padrino per la Cresima.

Come un fulmine a ciel sereno scatta la sentenza: non lo posso fare perche’ sposato civilmente con una donna divorziata.

Il ragazzo vuole che sia io e soltanto io. Cercano di convincerlo a cambiare, a scegliere un altro. Io rimarro’ sempre accanto a lui. Niente.

A quel punto cerco di parlare con coloro che rappresentano l’istituzione ecclesiale, sino ad arrivare al Vescovo.

Una prima telefonata con il segretario di Sua Eccellenza non solo non acquieta la mia ansia, ma fa scoppiare un senso di rivolta quando mi sento dire che un assassino lo puo’ fare perche’ si puo’ pentire ed io no perche’ continuo nella mia condotta.

Scrivo. La Curia apre le porte ad un fedele.

Parlo prima con il Vicario e poi con il Vescovo.

La sentenza e’ confermata. Una vita irreprensibile, vissuta nello spirito di aiuto agli altri, vissuta da un’intera famiglia nell’insegnamento cristiano non basta a superare una “disavventura” di cui chiunque puo’ essere vittima.

Si puo’ superare l’omicidio, si puo’ superare il venir meno a uno qualsiasi dei Comandamenti. Ma non si puo’ cancellare non un errore, ma una disgrazia caduta su un essere umano, mia moglie, senza annullare, grattare, scorticare, piallare un sentimento come l’amore.

Dimenticare in un momento la realta’ dei sentimenti, i legami che hanno unito quattro persone, la familiarita’ che si e’ creata.

Per fare il padrino dovrei lasciare mia moglie e le mie figlie.

Impensabile.

Ma non voglio neanche rinunciare a fare il padrino di un ragazzo che non mi ha scelto certo per interesse o per suggerimento.

Ecco perche’ voglio iniziare una semplice, ma decisa battaglia.

Io no, un assassino si.

Rispetto il pentimento e sono convinto che ci sia nel pentimento vero la magia e la grandezza del messaggio di Cristo.

Rivendico il mio essere cristiano  e grido di essere un cristiano a cui non si puo’ chiedere di rinunciare alla propria moglie e ai propri figli.

 

Lottero’ con ogni mezzo. Cerchero’ ogni occasione per far cambiare questa ingiustizia. Utilizzero’ ogni strumento per stendere un velo sulla piu’ grande mortificazione che mi potesse capitare. Farmi passare agli occhi di un ragazzino ed agli occhi della mia comunita’ come un cattivo esempio.



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