PETIZIONE CHIUSA

Per i diritti dei praticanti avvocati: un compenso è dignità e legalità

Questa petizione aveva 191 sostenitori


 

Il tirocinio forense è, nel nostro ordinamento, un istituto volto ad addestrare il praticante avvocato al fine di fargli conseguire le capacità necessarie per l'esercizio della professione e per la gestione dello studio legale.

La nuova legge professionale (L. 247/2012) non ha inciso sulla soluzione di un problema che è sotteso al medesimo: la speculazione che in certi casi avviene nell'uso dello strumento.

Il discorso non è applicabile a tutti, ma esiste una parte di avvocati che sfruttano le “maglie larghe” della normativa nazionale per reperire manodopera per i propri studi legali a costo zero.

Nei casi in cui questo accade, il praticante inizia la sua formazione professionale applicandosi per comprendere come viva il diritto nella pratica e gli adempimenti che la giustizia richiede, divenendo, nel giro di alcuni mesi, parte integrante dello studio legale nel quale è inserito, coadiuvando le attività o gestendole in proprio e sotto il controllo, spesso sporadico, del dominus.  

A tale apporto non segue, però, alcun riconoscimento. Anzi, mediante lo sfruttamento della suddette “maglie legislative”, si è prodotta la prassi di ritenere il praticante, uno “studente della professione” grato al suo dominus perché lo forma presso lo studio. Se sostiene spese personali per svolgere la pratica e se produce un guadagno al suo mentore, questo non è di interesse alcuno del dominus.

Ciò in violazione della normativa costituzionale, di legge e deontologica in materia.

Infatti, una simile situazione di fatto è contraria in primis alla funzione sociale dell'avvocato di tutela degli interessi individuali e collettivi, di difesa dell'ordinamento costituzionale e di valorizzazione del merito delle giovani generazioni (art. 1, legge 247/2012).

E' lesiva altresì di principi fondamentali di rango costituzionale quali quelli al lavoro (artt. 4 e 35, Cost.), alla dignità sociale (art. 3, Cost.), alla proporzionalità della retribuzione (art. 36, Cost.) e al divieto di contrasto dell'iniziativa economica privata con la libertà e la dignità umana (art. 41, comma 2, Cost.).

I giovani praticanti lavorano presso gli studi legali per un minimo di 4 ore giornaliere fino a massimi di 8 - 10 ore giornaliere, con obblighi di dover concordare con il dominus ogni più minima attività personale fuori dallo studio (attività di formazione, politiche, di volontariato, vacanze ecc…). Un praticante è oggi un soggetto che rischia di perdere ogni dignità sul luogo di lavoro.

La legge professionale recentemente approvata (Legge 247/2012) prescrive all'articolo 41, comma 11, che "Negli studi legali privati, al praticante avvocato è sempre dovuto il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio presso il quale svolge il tirocinio".

In tal senso si impone un dovere che abbraccia tutto l'arco temporale di pratica legale, senza eccezioni, e che si delinea nell'obbligatorietà di riconoscere al praticante avvocato il rimborso per:

- spese di trasporto da e verso lo studio legale;

- spese di vitto nel caso in cui lo studio si trovi al di fuori del luogo di residenza del praticante o ad una distanza tale che non permetta il suo ritorno presso la propria abitazione ai fini dei pasti;

- spese sostenute per recarsi presso gli uffici giudiziari per svolgere le attività di studio;

- spese sostenute per avallare le richieste del dominus e l'etica di studio (vestirsi in un determinato modo ad esempio);

spese eventuali direttamente collegate all'attività di studio e allo studio.

Nell'80% dei casi in Italia tale obbligo non viene adempiuto o è adempiuto in modo parziale.

Inoltre, la stessa legge professionale nella stessa norma prevede che "Ad eccezione che negli enti pubblici e presso l'Avvocatura dello Stato, decorso il primo semestre, possono essere riconosciuti con apposito contratto al praticante avvocato un'indennità o un compenso per l'attività svolta per conto dello studio, commisurati all'effettivo apporto professionale dato nell'esercizio delle prestazioni e tenuto altresì conto dell'utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio da parte del praticante avvocato".

Tale norma, su cui sono stati avanzati dubbi di legittimità costituzionale, prevede in ogni caso la facoltà di riconoscimento di un'indennità o di un compenso per l'attività svolta per conto dello studio che tenga conto anche dell'utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio medesimo. Ultimo capoverso da interpretarsi nel senso che se il praticante svolge attività propria presso lo studio (casi del praticante abilitato al patrocinio sia in corso di pratica che dopo la conclusione formale della pratica forense), dal compenso previsto vada detratto un quantitativo monetario a titolo di rimborso delle spese di studio. Ma non interpretabile nel senso di non riconoscere nulla nei predetti casi per compensazione (eventualità che non può esistere nella realtà) o nel senso che il praticante che svolga attività solo per il dominus e non per se stesso, paghi la sua presenza presso lo studio.

Inoltre, la norma legislativa deve essere letta in combinato con le norme deontologiche di categoria che delineano un panorama nettamente diverso. Panorama che, seppur non rispettato nella maggioranza dei casi, non ha mai condotto il Consiglio Nazionale Forense e gli Ordini Territoriali ad assumere sanzioni disciplinari nei confronti di propri iscritti che vi transigono.

L'art. 25, Codice Deontologico Forense, afferma "L’avvocato deve consentire ai propri collaboratori di migliorare la preparazione professionale, compensandone la collaborazione in proporzione all’apporto ricevuto" e con esso l’art. 26, cpv. 1, Codice Deontologico Forense, prevede "L’avvocato deve fornire al praticante un adeguato ambiente di lavoro, riconoscendo allo stesso, dopo un periodo iniziale, un compenso proporzionato all’apporto professionale ricevuto."

Tali norme deontologiche impongono un vero e proprio dovere di compensare la collaborazione in proporzione all'apporto ricevuto sia per il collaboratore che per il praticante.

Queste norme deontologiche vengono interpretate da alcuni avvocati in un modo che contrasta con l’art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale del Codice Civile. Secondo i più la locuzione "periodo iniziale" prevista dall'art. 26, cpv. 1, può ricomprendere tranquillamente l'intero arco di pratica forense e coprire anche l'arco temporale tra il fine pratica e il superamento dell'esame di abilitazione alla professione.

Appare evidente come una simile interpretazione pone nel nulla la disposizione deontologica ed appare, altresì, quanto mai inverosimile che i  redattori del codice forense abbiano voluto inserire nel medesimo una norma priva di significato.

Va, infine, sottolineato come al praticante avvocato è resa impossibile qualsiasi forma di tutela avverso simili situazioni di fatto visto che le Autorità preposte al controllo e alla repressione sono individuate negli Ordini Territoriali e nel Consiglio Nazionale Forense con tutte le conseguenze in ordine al discredito che rischia il praticante che si avventura in simili azioni disciplinari.

Tutto ciò esposto, i firmatari della presente petizione CHIEDONO alle Ecc.me Autorità richiamate di porre fine ad una siffatta situazione di fatto, richiamando gli avvocati italiani tutti al rispetto degli obblighi agli stessi imposti dalla Costituzione, dalla legge e dal regolamento deontologico nei confronti dei praticanti avvocati e riconoscendo a questi ultimi:

- Il rimborso effettivo delle spese sostenute per conto dello studio sin dal primo giorno di inizio della pratica forense;

- Il compenso proporzionato all'attività svolta per conto dello studio entro il termine generale di corretta valutazione delle capacità e dell'apporto del praticante, che si attesta generalmente in mesi tre, ed in ogni caso nel termine massimo di mesi sei dall'inizio della pratica forense.

Inoltre, si chiede di:

- Considerare i praticanti avvocati iscritti nell'apposito registro ed in regola con i versamenti di iscrizione all'Ordine che abbiamo concluso la pratica forense e continuino a collaborare all'interno di studi legali, come collaboratori legali dello studio;

- per l'effetto, si chiede l'applicazione diretta ad essi dell'art. 25 del Codice Deontologico Forense, consentedogli di porre in essere tutte le attività di formazione professionale ed affermando dal primo giorno di integrazione della qualità di collaboratore legale, l'obbligo per l'avvocato presso il cui studio lavorano di compensare il loro apporto in maniera proporzionale, oltre il rimborso delle spese.

Si chiede, infine, espressamente al Consiglio Nazionale Forense ed a tutti gli Ordini Forensi Territoriali di porre in essere un controllo effettivo del rispetto dell'art. 41, comma 10, Legge 247/2012 che impone che lo stesso avvocato non possa essere dominus di più di tre praticanti avvocati (norma la cui ratio risiede nell'assicurare la corretta formazione dei praticanti) ed a tutti gli organismi di impegnarsi affinché la stessa norma venga modificata nel dettato che segue "L'avvocato è tenuto ad assicurare che il tirocinio si svolga in modo proficuo e dignitoso per le finalità di cui al comma 1 e non può assumere la funzione per più di 2 praticanti contemporaneamente. Tale limite si estende all'intero studio professionale o allo studio associato o alla società di professionisti nel caso l'avvocato non ponga in essere la sua attività individualmente all'interno del suo studio. Tale limite è superabile previa autorizzazione rilasciata dal competente consiglio dell'ordine previa valutazione dell'attività professionale del richiedente e dell'organizzazione del suo studio e non può superare in ogni caso il numero di:

- 3 praticanti per l'avvocato individuale;

- 4 praticanti per lo studio professionale e lo studio associato;

- 8 praticanti per le società di professionisti."

Con previsione finale di istituzione presso ogni Ordine territoriale di un'apposita "Commissione di Garanzia per i diritti dei praticanti e l'applicazione della normativa relativa".



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