NO ALL’IVA SULLE ACCISE NELLE BOLLETTE DI LUCE E GAS. SI ALLA CLASS ACTION

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Nonostante una direttiva europea imponga che l’Iva (imposta sul valore aggiunto)  non possa essere applicata sulle componenti di prezzo imposte autoritativamente da enti pubblici o da enti privati su delega pubblica, rendendo così illegittimo il prelievo sulle accise presenti nelle bollette di luce e gas, che  non possono costituire base imponibile IVA, le società erogatrici di gas e/o energia, continuano ad applicare l’Iva anche sulle accise dovute allo Stato (calcolate sulle forniture di gas e/o energia).

Tale meccanismo tributario, discutibile in base alla legge nazionale, dichiarato illecito da alcune sentenze, certamente erroneo per l’ordinamento europeo, ha indotto alcuni Giudici di Pace ad emettere sentenze di condanna contro tale illecita prassi  (luglio 2015, Giudice di Pace di Venezia contro Enel su ricorso di un cittadino del Veneto, che ha ingiunto ad Enel di rimborsare al consumatore circa 103 euro per l'Iva applicata in bolletta sulle accise, affermando la presenza illegittima dell'Imposta sul Valore Aggiunto applicata su un'altra tassa; maggio 2016, sempre il Giudice di Pace di Venezia, ha condannato Eni Divisione Gas & Power e GDF Suez Energie a rimborsare un utente per lo stesso principio: “un tributo non può gravare su un altro analogo, senza una espressa statuizione legislativa).

Nel decreto il giudice ha richiamato il principio stabilito dalla Corte di Cassazione a sezioni unite nella sentenza 3671/97, secondo il quale, salvo deroga esplicita, un’imposta non costituisce mai base imponibile per un’altra, rendendo così illecita l’Imposta sul Valore Aggiunto applicata su tutte le voci che compaiono in bolletta (quindi sull'importo totale), ma esclusivamente sui servizi di vendita e sui servizi di rete, per tutte le bollette di luce e  gas in cui siano presenti accise o addizionali regionali.

I consumatori possono richiedere la restituzione dell’Iva pagata in eccedenza a Società erogatrici di gas e/o energia sulla base della regola dell’ “ingiustificato arricchimento” (art. 2041 c.c.) ovvero, in subordine, del risarcimento del danno (art. 2043 c.c.), entro il termine di prescrizione di 10 anni (quindi per tutte le bollette pagate dall'anno 2008), con una media annua su un consumo medio di 1.000 euro, di circa 150 euro (quindi 1.500 euro per il decennio).

L’Enel, a seguito della sentenza del 2015, ha affermato che "l’applicazione delle accise e dell'Iva e il relativo pagamento, sono a carico del venditore della commodity che ha poi il diritto di richiederne il pagamento ai consumatori finali". Enel o l’azienda di turno, giocando allo scaricabarile, effettua un prelievo sulle bollette di luce e gas  sui clienti finali addossando loro l’onere di dimostrarne l’illegittimità, nonostante una sentenza pilota che ha decretato l’illegittimità dell’applicazione dell’Iva su una tassa risalente al 2012, quando il Giudice di Pace di Venezia, su applicazione della sentenza 238/09 della Corte costituzionale, ha condannato l’azienda responsabile dei servizi ambientali in Veneto a restituire agli utenti l’Iva indebitamente applicata sulla Ta.Ri e sulla Tia, le tariffe di igiene ambientale.

Una sentenza della Corte di Cassazione di marzo 2016 ha stabilito che l’Iva del 10% non può essere applicata sulla Ta.Ri, a pena di duplicazione di imposizione fiscale, e che la competenza è del giudice ordinario, non di quello tributario. Dalla tassa sulla depurazione che non c’era, all’Iva sulla Tia, passando per l’Iva sulle accise di luce e gas, l’Italia si conferma un Paese in cui le bollette delle famiglie sono tra le più salate d’Europa.

L’ex Autorità per il Gas e l’Energia (Arera), che ha  previsto di addossare, con la Delibera 1 febbraio 2018 n. 50 (https://www.arera.it/allegati/docs/18/050-18.pdf sulle spalle  di famiglie, consumatori  e degli utenti  dei servizi elettrici in regola con i pagamenti,  gli oneri non recuperabili per mancato incasso degli oneri di sistema, quantificati in circa 1 miliardo di euro su base annua a difesa degli interessi delle imprese inadempienti, tentando di spalmare sugli incolpevoli consumatori  e sulle famiglie già saccheggiate da rincari, balzelli ed inique delibere dell'Autorità ARERA (che sembra  tutelare gli esclusivi interessi delle imprese fornitrici, i cui costi sono tra i più elevati d'Europa), il mancato recupero degli utenti morosi, siano essi  allacci di energia elettrica abusivi non pagate che altre fattispecie di consumi non recuperati, potrebbe avere la potestà di riscattare il proprio strabismo per riordinare una giungla di tassazione gravanti sulle famiglie, offendo così per la prima volta nelle sua pur breve storia, una tangibile tutela dei diritti dei consumatori ed utenti dei servizi elettrici e del gas.

L'azione collettiva, che consente di azionare un unico giudizio per ottenere il risarcimento del danno subìto da un gruppo di cittadini danneggiati dal medesimo fatto realizzato da un'azienda scorretta, offre la riduzione dei costi, il decongestionamento della giustizia, soffocata da milioni di procedimenti giudiziari singoli, la garanzia di certezza del diritto, l'efficacia ed equità del risultato.

“L'esigenza di predisporre la class action si comprende agevolmente se si prende in considerazione la realtà economica in cui gli interessi dei consumatori possono essere quotidianamente lesi da un'attività di produzione e distribuzione, ormai ‘globalizzata’ che richiede il conseguimento di standard sempre più competitivi. L'esigenza delle aziende di mantenere un alto grado di competitività può dar luogo all'adozione, ad esempio, di pratiche commerciali lesive degli interessi dei consumatori, i quali per tutelare i loro diritti (prima) dovevano ricorrere individualmente all'autorità giudiziaria”. Giada Buzzi- analisi comparativa sulla class action-

Negli Stati Uniti, patria del mercato, per impedire il far west, l'ordinamento si è dotato dal 1989 di un efficace deterrente contro gli abusi di mercato, previsto dalla class action e danno punitivo, termine “punitive damages” che nella sua traduzione letterale corrisponde in italiano a “danni punitivi”, ma che significa anche “risarcimento”, posto che “damages” nei sistemi di common law non indica semplicemente i “danni” o il pregiudizio sofferto dalla vittima di un illecito, bensì la somma di denaro al cui pagamento l'autore dell'illecito è tenuto nei confronti della vittima: “the sum of money the law imposes for a breach of some duty or violation of some right”, quindi risarcimenti punitivi, per impedire che i comportamenti scorretti e vessatori si possano ripetere.

Si chiede quindi all’Arera di intervenire con urgenza, dichiarando illecito il prelevamento dell’Iva sulle accise delle bollette di luce e gas, ed al presidente del Consiglio di sbloccare la legge sulla class action, non a caso bloccata da Confindustria che predica bene e razzola male, uno dei pochi deterrenti contro i predoni del mercato, che ricorrono ad artifici e raggiri per conseguire ingenti profitti sulla pelle delle famiglie, formidabile strumento- come negli Stati Uniti dove è in vigore da oltre 1 secolo- per impedire illeciti guadagni mediante pratiche commerciali scorrette, in aperta violazione di leggi e perfino di lievi delibere delle autorità di regolazione dei mercati.

 

Soggetti promotori

Elio Lannutti (giornalista, fondatore Adusbef)

Antonio Tanza (avvocato cassazionista, professore a contratto, presidente Adusbef)



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