PETIZIONE CHIUSA

La Continuità Assistenziale: un diritto per tutti i malati di tumore cerebrale

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I malati di tumore cerebrale hanno bisogno di cure domiciliari specializzate: medico, infermiere, fisioterapista, logopedista, psicologo,  per curare i deficit che questa malattia provoca. Invece il malato e la sua famiglia sono affidati al medico di famiglia e alle strutture territoriali delle ASL che, quando esistono e funzionano, forniscono una assistenza generica, insufficiente e subordinata a liste di attesa e procedure burocratiche intollerabili.

In realtà, solo 1 paziente di tumore cerebrale su 10 della Regione Lazio ha la sorte di ricevere cure domiciliari di qualità. Sono i pazienti seguiti dalla Neuro-oncologia dell’Istituto Regina Elena di Roma che offre un servizio di continuità assistenziale grazie a un team multidisciplinare di assistenza domiciliare.

Questo progetto è stato sostenuto dalla Associazione IRENE fin dall’inizio attraverso la fornitura di servizi non previsti dal protocollo regionale (badanti, logopedisti, trasporto, ecc.) oppure a pazienti non assistiti perché residenti fuori Roma. È chiaro che non è compito di una associazione di pazienti, quale noi siamo, quello di supplire alle deficienze della sanità regionale, e nemmeno è nelle nostre possibilità.

Chi è passato per questa triste esperienza sa che l'integrazione tra ospedale, medico di base e assistenza domiciliare ha un valore inestimabile per la famiglia ed è la chiave della sanità moderna. Ma è una vergogna che solo alcuni abbiano accesso a cure e assistenza di qualità, mentre altri, solo perché abitano in provincia siano lasciati soli a combattere la malattia.

Quindi la domanda che ci poniamo oggi, e che poniamo alla amministrazione regionale, è la seguente:

  • Perché gli altri pazienti del Lazio non hanno diritto a cure domiciliari di qualità?
  • Se questo progetto, che è stato finanziato per 15 anni è patrimonio della sanità pubblica, perché la Regione Lazio non ne diffonde il modello sul territorio?
  • Se è dimostrato, con diversi studi scientifici, che la continuità assistenziale promuove una migliore qualità di vita per i pazienti e realizza un risparmio netto per la sanità pubblica evitando ricoveri non necessari, perché la Regione Lazio non replica questo modello anche per altre patologie? 


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