PETIZIONE CHIUSA

Presidente Nichi Vendola: si dimetta

Questa petizione aveva 2.055 sostenitori


La registrazione integrale della telefonata tra Lei e Girolamo Archinà pubblicata (con perfetto assolvimento del diritto-dovere di cronaca) da "Il fatto Quotidiano" il 15 novembre 2013 (indirizzo web: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/15/ilva-la-telefonata-choc-di-vendola-risate-al-telefono-per-le-domande-sui-tumori/776892/) ha il potere di certificare una verità insopprimibile di cui chiunque - sia egli un Suo nemico o un Suo amico - è costretto a prendere atto: una verità che, purtroppo, è capace, da sola, di distruggere in un attimo una intera reputazione ed una carriera politica.

Chi promuove e Le consegna questa petizione è un garantista per quanto (e solo in quanto) attiene alle persone fisiche coinvolte in procedimenti giudiziari. Ma è anche, sul piano politico (come penso tutti dovremmo essere) una persona prudente e non incauta, che ritiene di dover intervenire immediatamente e con la massima tempestività per salvaguardare il prestigio, il decoro, e in definitiva l'incorrotto funzionamento delle Istituzioni. Che Lei, Sig. Vendola, prima d’oggi ha già più volte messo a dura prova con condotte sospette e non degne della pubblica funzione di Presidente della Regione Puglia.

Eppure Ella ha fatto della moralità in politica un Suo cavallo di battaglia. Ha sempre tenuto a rivendicare a Sé (senza mai però dimostrarla) una rettitudine superiore a quella generalmente riscontrabile nei suoi colleghi “politicanti”; dei quali ha stigmatizzato l'indebito attaccamento alla poltrona anche quando sospettati di molto meno di ciò per cui Lei è stato sospettato - anche penalmente; ne sia prova “una tantum” il consiglio da Lei dispensato lo stesso venerdì 15 novembre al ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri (che non è nemmeno penalmente indagata come lo è stato e lo è tuttora Lei) di fare un passo indietro. ”Quella telefonata presenta un quadro di assoluta inopportunità, il ministro della Giustizia avrebbe fatto bene a rassegnare le dimissioni”. Queste le sue esatte parole, Sig. Vendola.

Di tale Sua asserita primazia morale avremmo dovuto quindi chiederLe conto già molto tempo fa col pretendere che Lei ne desse chiara dimostrazione. Come? Dimettendosi, in quanto indagato, per non trascinare sospetti perfino di penale rilevanza che già riguardavano la Sua persona sulla importante funzione pubblica che Ella ricopre. Qui ci corre il solo obbligo di farLe osservare che questa è già la terza volta che Lei è penalmente indagato - il che dovrebbe indurLa quantomeno a riflettere autocriticamente sulla legittimità del Suo modo di governare e sulla reale inesistenza di quel primato etico che Lei si è ingiustamente attribuito (dimostrandosi invece un politico “politicante” né più né meno dei suoi colleghi). Al momento Le ricordiamo che Lei vanta indagini penali pendenti per i reati di abuso d'ufficio, peculato, falso* oltre che, da ultimo, per il reato di concussione aggravata** nell'ambito dell'indagine sull'ILVA aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto per disastro ambientale.

Ora questa telefonata. Un pugno in un occhio. Che consegna al popolo italiano l'immagine di un amministratore ipocrita, cinico, invariabilmente realpolitico. Certamente diverso e distante dalle sue “narrazioni”.

Un politico che, per sua stessa ammissione, antepone il diritto al lavoro al diritto alla salute in un impossibile tentativo di portare a compromesso l’uno con l’altro.

Che, non esitando a ricorrere a mezzi illeciti, perfino abietti e futili (come, ad esempio, la lesione della dignità di un giornalista che fa il suo mestiere; il sopruso sprezzante nei confronti delle ragionevoli domande poste da questo giornalista; e, conseguentemente, il vilipendio della verità allegata a tali domande circa il nesso causa-effetto notoriamente intercorrente a Taranto tra l'ILVA e l'elevato numero dei tumori) pretende poi di giustificarli con la logica antiquata del conseguimento del sacro e salvifico fine dell'utilità o della giustizia sociale - paravento politico buono per tutte le stagioni, classicamente adottato dai più infedeli servi dello Stato per coonestare ogni tipo di abuso e di violazione.

Che anziché rispettare e far rispettare la legge come un controllore dovrebbe fare sul territorio affidatogli, ricerca, come Lei ha candidamente reclamato, la 'captatio benevolentiae' di un interlocutore dal credito risaputamente discutibile come Riva & Co. e si appella ad essa per giustificare “il maltrattamento strumentale”- ancorché profondamente ingiusto - di quel giornalista: come se fossero - sia il maltrattamento, sia la benevolenza dei Riva - obiettivi o tappe strategiche indispensabili all’uomo politico per lo svolgimento della sua azione.

Chi Le rivolge questa petizione può forse concederLe il beneficio del dubbio e la possibilità di non aver agito in malafede come tanti Suoi colleghi corrotti hanno invece dimostrato. E tuttavia non può che squalificarLa con biasimo sul piano della capacità e della strategia politica, per i metodi da Lei adottati nelle relazioni con l'ILVA – metodi che risultano incontrovertibilmente provati come del tutto impropri ed anzi riprovevoli (al più, illeciti; al meno, immorali e disonorevoli).

La invitiamo a prendere atto che ormai la Sua immagine personale e politica ne risulta, agli occhi del vastissimo pubblico dell’elettorato attivo, irrimediabilmente distrutta.

 

Ciò detto, allo scopo di salvaguardare la pubblica funzione alla quale la Sua persona fisica si trova al momento immedesimata con grave rischio di compromissione istituzionale, La invitiamo a dimettersi immediatamente.

 

* In data 04/12/2013 il gip del tribunale di Bari ha accolto la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura della Repubblica per il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola che era indagato nell'inchiesta sulla transazione da 45 milioni di euro approvata dalla giunta regionale a favore dell'ospedale ecclesiastico 'Miulli' di Acquaviva delle fonti, in provincia di Bari.

** In data 06/03/2014 la procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. Per il pool di magistrati guidati dal procuratore Franco Sebastio, Vendola, in accordo con Fabio Riva, proprietario della fabbrica, e l’ex potente responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà ha abusato “della sua qualita di Presidente della Regione Puglia” e “mediante minaccia implicita della mancata riconferma nell’incarico” di direttore dell’Arpa Puglia, ha costretto Giorgio Assennato ad “ammorbidire” la posizione dell’agenzia regionale di protezione ambientale “nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’impianto siderurgico dell’Ilva s.p.a. ed a dare quindi utilità a quest’ultima, consistente nella possibilità di proseguire l’attività produttiva ai massimi livelli, come sino ad allora avvenuto, senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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