Diritto all'università in presenza

Diritto all'università in presenza

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Pietro Cattana ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Ministro dell'istruzione e a

In questo anno di battaglie e dilemmi etici e politici, in Italia le università, come gli altri centri della cultura, sono state le istituzioni più colpite. A differenza di servizi riducibili, senza residui e grosse perdite, in formato virtuale, abbiamo constatato tutti che la riduzione della vita universitaria (e più in generale scolastica e culturale) a prassi virtuale, è fallimentare e depressiva. Ciò che viene lasciato da parte, accantonato indefinitamente e indefinitamente subordinato a criteri economici, è il cuore pulsante del presente e del futuro del paese, dei singoli e delle famiglie. Senza ricerca e senza vita COMUNE di ricerca, ottenibile soltanto nelle aule con pareti di mattoni, non c'è futuro (e presente) ragionato e sostenibile. Se la pandemia ha costituito, secondo alcuni entusiasti della digitalizzazione, un balzo in avanti di decenni quanto allo sviluppo capillare del modo di esistenza virtuale-digitale, è chiaro che un futuro di istruzione meramente virtuale sia desiderabile quanto uno scenario orwelliano lo sia da un punto di vista politico.

La situazione di acuta crisi che stiamo vivendo è anche e in misura sostanziale il risultato di politiche decennali di svalutazione dell'istruzione e della formazione superiore nel nostro Paese. Eppure, mentre mettiamo all'indice gli errori del passato, ne ripetiamo, nel presente, di più gravi, illudendoci, mediante acronimi di moda quali DAD, che una istruzione da remoto sia umanamente e formativamente sufficiente. 

I criteri per stabilire le chiusure e le aperture dei centri culturali, e segnatamente di scuole e università, sono a un tempo carenti e contraddittori. Sono contraddittori perché se l'obiettivo del Paese è la limitazione dei contatti e dei contagi, allora le università dovrebbero riaprire PRIMA O INSIEME alle scuole dell'obbligo, non rimanere chiuse. I rapporti tra studenti e docenti universitari non sono fisici e frequenti come quelli che si verificano nelle scuole dell'obbligo, perché maggiormente formali. Gli stessi spazi universitari sono più ampi di quelli di asili, scuole materne, medie e superiori, con una concentrazione di studenti e docenti decisamente inferiore. Quindi, se riaprono le prime, devono riaprire le seconde, se restano aperte le prime, devono restare aperte le seconde. 

Un argomento che viene talvolta sostenuto a favore della chiusura delle università fisiche è che sia funzionale ad evitare assembramenti PRIMA E DOPO le lezioni, AL DI FUORI del contesto universitario, ad esempio in bar, cinema, abitazioni, bus, treni, ecc. Secondo questo argomento, la chiusura delle università non ridurrebbe i contagi di per sé, ma sarebbe utile come mezzo per evitare contatti che avverrebbero in altri luoghi. Questo argomento è valido finché queste modalità di assembramento - termine obbrobrioso che rimanda all'agglomerato di capi di bestiame - sono consentite per legge. Ma se sono fortemente limitate, contingentate o addirittura proibite (in relazione al sistema dei tre colori - in arrivo il quarto - e alle disposizioni regionali), allora non si vede il pericolo tanto paventato ma poco concreto. La risposta del Paese quanto al miglioramento della mobilità pubblica urbana ed extra-urbana, decisiva per contenere la curva epidemica, come putroppo sappiamo, è ed è stata insufficiente. Dovremmo forse tenere le università chiuse perché non abbiamo sufficienti autobus e treni a disposizione? Forse che molti non sono in grado di recarsi in università con altri mezzi, magari individuali? Per l'impossibilità di trasportare tutti gli studenti e i docenti sui mezzi pubblici dobbiamo negare il diritto ad una università in presenza anche a coloro che si spostano autonomamente, magari in bicicletta e a piedi? Se le norme sulla capienza dei mezzi vengono fatte rispettare, che differenza c'è tra un'occupazione al 50% di un bus da parte di persone dirette al supermercato e quella, sempre al 50%, di studenti diretti all'università? E lo stesso vale per i treni, le metropolitane, ecc. Se i ritrovi nelle abitazioni sono contingentati, che differenza fa se le pochissime persone che vi si riuniscono si sono recate prima al supermercato o in università, al mercato o in biblioteca?

Chiudere le università vuol dire soffocare il presente, le speranze e i progetti di migliaia di studenti ben disposti a molti sacrifici pur di non vedere chiuse le proprie università. Questo soffocamento è al contempo un restringimento delle possibilità del nostro Paese di pianificare criticamente il proprio presente e futuro.

In questi mesi l'assurdità di tenere chiuse le università, di cui molte ad ottobre avevano dimostrato grandi capacità di apertura in sicurezza, si palesa se confrontata con la totale apertura dei supermercati. Per fare un esempio comparativo, ad ottobre, nelle sedi di studi umanistici dell'Università di Pavia, collocate in centro città, le misure di prevenzione, sicurezza e distanziamento nelle aule e negli altri spazi comuni come sale studio e biblioteche, erano molto più stringenti e rispettate di quanto lo siano state in qualunque supermercato, allora come oggi (ricordo che il supermercato è un luogo di costante e necessario spostamento e incrociamento di persone, mentre nelle univeristà si sta per lo più seduti e a distanza). In un mese di lezioni miste, in cui più della metà degli studenti avevano optato per la didattica da remoto, non si sono visti assembramenti come quelli che si vedono quotidianamente nei supermercati, ancora oggi. A prova di ciò il fatto che, in tutto il mese di ottobre, interi dipartimenti dell'Università di Pavia siano rimasti aperti registrando zero contagi, come quelli di filosofia e di lettere, ai quali appartengo. (Questo confronto con i supermercati deve essere inteso criticamente, come segno di una contraddizione, non come un attacco agli sforzi che anche i supermercati stanno intraprendendo per contenere la diffusione pandemica).

Se le università devono restare chiuse e se vogliamo essere coerenti, dobbiamo chiudere tutti i supermercati e i centri commerciali, rendendo obbligatoria la spesa a distanza. È sconfortante assistere a code ammassate e assembramenti nei luoghi del consumo materiale mentre i templi della cultura rimangono chiusi. Questa asimmetria nelle aperture e nelle chiusure non è solo il risultato di una scelta politica mirata alla riduzione dei contagi, ma rispecchia i valori del Paese in cui viviamo, dove lo shopping viene prima della formazione culturale. 

Io sono uno studente universitario laureato in filosofia, e come tutti i miei colleghi universitari ritengo che la vita universitaria abbia un valore intrinseco che la didattica a distanza amputa o riduce fortemente. DAD significa riduzione della ricca e articolata FORMAZIONE INDIVIDUALE e del confronto umano a scambio ed acquisizione di informazioni. Chiunque abbia frequentato l'università avendola a cuore potrà giudicare l'assurdità di questa pretesa. La DAD è perfetta per una società virtuale in cui il valore della vita è misurato unicamente in relazione al valore economico dell'informazione prodotta e consumata, del dato commerciabile.

Per evitare la riduzione della vita universitaria a spoglia acquisizione e scambio di informazioni, noi vogliamo la riapertura delle università fisiche e la ripresa delle lezioni e degli esami, anche di laurea, in presenza, qualora ciò non sia totalmente irragionevole alla luce del quadro epidemiologico locale e regionale.

Per un Paese coerente e culturalmente avanzato, uniamo le nostre voci per la riapertura delle università. 

Riapertura delle università non significa obbligo per studenti e docenti di fare didattica e sostenere esami e lauree in presenza, ma libertà di poterlo fare, e quindi di scegliere tra presenza e remoto in accordo con la propria condizione, coscienza,  preferenze e progetti di vita. 

In un momento delicato come questo, le università devono fare ogni sforzo per riaprire. Perché le università sono a un tempo simbolo e luogo concreto del reale progresso umano, collettivo e individuale, e ragione di vita di moltissime persone. 

Per concludere, invito tutti voi, studenti e docenti, padri e madri, politici e pensatori, a riflettere sulla mistificazione operata quotidianamente da termini come "smart-education", quando intesi come sinonimi di educazione digitale o virtuale. Smart-education - o DAD, per usare l'acronimo italiano di moda in questo periodo - è un velo linguistico che copre una realtà nauseabonda ormai per tutti: solitudine davanti allo schermo e lontananza dalla vita scolastica e universitaria concreta.

Per infrangere la solitudine dello schermo e far rivivere la cultura che è in noi, per resuscitare le speranze di un Paese e di un mondo poveri di idee e prospettive, noi vogliamo la RIAPERTURA DELLE UNIVERSITÀ! Questa non è un'esigenza di pochi, ma di tutti. E poco importa, quanto alla giustezza di questa rivendicazione, che solo alcuni si recherebbero in aula. Dobbiamo essere liberi di scegliere se studiare al computer o tra persone in carne ed ossa, se in un'aula virtuale o tra le mura di un edificio storico. La differenza, enorme, è sotto gli occhi di tutti, tanto che non devo addentrarmi nei particolari.

Per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente aspettare che la politica e i singoli rettori prendano per noi delle decisioni. Dobbiamo far sentire la nostra voce. 

Tutto ciò, chiaramente, nel rispetto delle norme per la salvaguardia della salute di tutti. 

 

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