Esistere è R-esistere. Con Riace, torniamo umani

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Riace era un paese morto: morto come sono molti paesi, vittime collaterali di una globalizzazione ingorda, che ipertrofizza pochi grossi nodi della rete e ne prosciuga il resto, che espianta, svilisce, appiattisce. Vuoti erano rimasti i cortili di Riace, come vuoti sono i cortili delle nostre città, mentre i bambini hanno il divieto di giocare all’aperto e si inchiodano a casa davanti a uno schermo. Vuote erano rimaste le scuole, per una popolazione sempre più anziana. Vuoti i vicoli, privi di voci, di passi.

Mimmo Lucano è stato un eroe. Ha avuto l’intuizione che alla non-vita si risponde con la vita. E di fronte al dramma di donne e uomini che lasciano la loro Terra, vittime di un Sistema che da secoli noi abbiamo creato, e vittime fino alla fine del nostro ottuso razzismo più o meno mascherato, così come di fronte alla perdita di vita di un paese svuotato, ha costruito piano piano, giorno dopo giorno, una risposta nonviolenta, creativa, vitale.

Riace ha rappresentato in tutti questi anni l’antitesti concreta al sistema securitario di una pseudo-accoglienza fatta di centri di detenzione ed espulsione, e lo ha fatto non nella forma di un assistenzialismo peloso ma con la dignità di una contaminazione bella, reale, tra la popolazione riacese e le persone provenienti da altre terre. I bambini hanno ripopolato, insieme, cortili e scuole. Le donne si sono prese per mano. Gli uomini hanno lavorato assieme. Riace non ha solo tamponato, nel suo piccolo, quell’emergenza umanitaria che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero e la nostra epoca nel teatro di un immenso genocidio silenzioso; ha fatto di più: ha risposto con la vita, con l’entusiasmo, con le buone pratiche; ha dimostrato, insomma, che l’accoglienza non solo è possibile, ma fa anche bene a chi accoglie. Tanto.

Evidentemente Mimmo Lucano, Riace, hanno rappresentato uno scuotimento troppo forte per coscienze assopite, irrigidite dalla burocrazia e da un freddo legalismo, abbrutite da “prima gli italiani”, fomentate dalla violenza e dall’odio sdoganati da chi ci governa, imbevute della subcultura di partiti che discriminano i bambini nelle scuole, irretite dalla propaganda di un ministro che distingue i negozi in base alle etnie ed é indagato per sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale dei migranti della Diciotti, confuse dal silenzio complice di chi tace per un pugno di potere.

L’arresto di Mimmo, che ha messo l’humanitas prima dell’arido rispetto di leggi asfittiche ed aride, e la deportazione minacciata (sì, perché di deportazione si tratta) di 300 persone, bambine e bambini, donne e uomini, dal paese in cui in questi anni hanno costruito una vita normale, verso centri dove saranno detenuti, ammassati, derubati della loro quotidianità, degli spazi e delle relazioni che hanno creato, sono crimini, insopportabili atrocità: un accanimento, un pestaggio rabbioso con i manganelli dei cavilli giudiziari e burocratici e di una legalità usata, a convenienza, come arma di tortura, punizione e vendetta, così distante dalla giustizia.

No. Non possiamo accettare.
Le nostre coscienze si ribellano!
Non è giusto!
Non è umano tutto questo.
Dobbiamo dire basta, urlare a chi ci governa che non ci rappresenta.
Dobbiamo dire che esiste tanta umanità sommersa, capace di accoglienza e di coraggio, di immaginazione ed intelligenza.
Dobbiamo dire che abbiamo troppo forte nel cuore e nel corpo la memoria delle atrocità di cui si è macchiata la storia nel secolo passato per farci passare sulla testa questa banalità del male, per farci apparire normale ciò che è profondamente drammatico ed ingiusto.

Noi diciamo NO,
e al Ministero degli Interni, e al Governo intero, chiediamo di ritirare la decisione presa, e di restituire vita e dignità ad una gemma preziosa e feconda come Riace, da cui tutte e tutti abbiamo da imparare.

Torniamo umani.



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