In medio stat virtus

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Sono migliaia i ragazzi che ogni anno sono chiamati all'appello per affrontare la Maturità.

Tra le quattro prove, considerando l'orale, la più temuta è ben spesso la seconda: greco o latino al classico, fisica o matematica allo scientifico, in primis.

Quest'anno non è passata inosservata la scelta, da parte del Ministero, di presentare ai maturandi del liceo classico un brano di Aristotele, sull'amicizia, tratto dalla Etica Nicomachea.

Nulla di strano, qualcuno potrebbe pensare.

In realtà un problema di fondo c'è: con quale criterio il ministero sceglie le tracce da somministrare ai propri alunni?

Si provi a prendere in considerazione la versione di latino dell'anno scorso: brano di Seneca, 14 righi, sintassi lineare, prima traduzione possibile anche senza aprire il vocabolario. Saranno bravi gli alunni? Beh, anche.

Seneca è un autore che si studia, si approfondisce all'ultimo anno. Aristotele no.

Si provi a prendere in considerazione la versione di Aristotele di quest'anno: 17 righi, sintassi contorta, verbi sottintesi, il tutto condito dalla correzione di un commissario esterno che, magari, non riuscirà a riconoscere nell' alunno bravo, costante durante l'anno, il momento di defiànce dovuto all'assegnazione di una versione notevolmente complessa.

La domanda a questo punto è lecita: qual é il metro di giudizio con cui il Ministero giudica le difficoltà di una prova? Perché dover facilitare un anno, e mettere in difficoltà gli studenti in un altro? La scelta di oggi ha forse come obiettivo quello di far perdere la fiducia in chi vuole intraprendere, o magari continuare, studi classici?

Mέσον τε καὶ ἄριστον, nel mezzo sta la virtù, diceva proprio Aristotele, nella sua Etica Nicomachea: è forse l'ora che il Ministero lo prenda come metro di giudizio?



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