Femminicidio. Si dice così.

Femminicidio. Si dice così.

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Femminicidio e Omertà ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a media e a

Al presente fallato, con la speranza che queste parole vengano lette da un futuro migliore.
 
I tristi fatti di Monte Carasso hanno scosso l’opinione pubblica creando un senso di cordoglio in tutto il Cantone. Insieme allo sconcerto, però, si è fatta strada l’indignazione per come i media ticinesi hanno riportato i fatti, guardandosene bene (salvo rarissime eccezioni!) dall’usare il termine preciso per parlarne e questo termine, piaccia o no, è “femminicidio”. È come se non si riuscisse a far venir fuori dalla gola (o dalla tastiera) questa parola, morsi dal timore inconscio di infrangere qualcosa di malsanamente radicato nella nostra società. Evidentemente, nominando il fatto non come femminicidio bensì come un generico caso di omicidio-suicidio, o un ancor più generico dramma famigliare, ci si mette al riparo dall’ eventualità che il mandante si senta, forse, offeso? Smascherato? E chi è mai questo mandante, se non il patriarcato imperante che governa a piene mani la nostra società che insiste nel considerare le donne come esseri subalterni agli uomini? Ebbene, il termine “femminicidio” lo afferma; tutto il resto sono parole per fare un titolo che una volta ancora neghi l’esistenza di un fenomeno orribile, da curare e da prevenire.
 
La  parola femminicidio non è stata inventata da poche ore.  Sulla  “Treccani”  si legge tra l’ altro che femminicidio “…è  un termine forte ma che rende l’idea: è l’olocausto patito dalle donne che subiscono violenza: da Nord a Sud, per aggressioni domestiche o fuori di casa, finendo all’ospedale quando non al cimitero. Per mano di famigliari, compagni, congiunti, per lo più”. Come riporta anche l’Accademia della Crusca, “con femminicidio s’intende non solo l’uccisione di una donna o di una ragazza, ma anche qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
 
I giornalisti e le persone in genere fanno una scelta etica, buona o cattiva, quando comunicano e quando decidono di tacere, censurare, di non servire la verità dei fatti. E comunque, anche quando tacciono, comunicano - se non altro la loro scarsa aderenza alla verità.
 
Vogliamo attirare l’attenzione sull’uso di una terminologia vecchia, fuorviante e ingiusta nei confronti delle vittime. È necessario portare un cambiamento nel lessico perché le parole contano, le parole hanno un peso. Basta parlare di “dramma”, “raptus di gelosia”, “omicidio passionale”! Per risolvere un problema, per sradicarlo dalla nostra società, bisogna prima nominarlo e riconoscerlo, definirlo. Altrimenti come lo si può combattere e prevenire?
 
A proposito delle responsabilità dei media, Francesco Pellegrinelli sul Corriere del Ticino del 29 marzo 2021, cita Alessia Di Dio  del Collettivo “Io l’8 ogni giorno”, secondo cui “femminicidio” è un termine che costringe a guardare l’accaduto oltre il singolo episodio, inquadrando la violenza di genere come un fenomeno strutturale; in questo caso, sul banco degli imputati ci sarebbe tutta la società con i suoi retaggi culturali e non solamente il carnefice e questo inevitabilmente fa paura.
 
Potrebbe essere l’inizio della volontà di prevenzione chiedersi infine se il femminicidio sia conseguenza solo del patriarcato, oppure anche di altri fenomeni come un certo maschilismo arrogante, la cattiva educazione, il “machismo”, come una "cultura" nutrita solo di violenza e prevaricazione, come l'immaturità di certi uomini (si può chiamarli così?) che si illudono di imporre la forza e invece smascherano la propria incapacità di controllare i propri sentimenti e le proprie azioni.
 
Usiamole, le parole che conducono ad un principio di cambiamento. Smettiamola di tentennare per non infastidire, perché la società intera è colpevole di omertà, non facendolo. E in primis i media.
 
Femminicidio. Nominalo. Combattilo.

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To this flawed present, with the hope that these words will be read from a better future.

The sad events in Monte Carasso have shaken public opinion and created a sense of sorrow throughout the canton. However, along with the bewilderment, resentment about how the Ticino media have reported the facts has risen. The story has in fact been divulged by carefully avoiding (with sporadic exceptions) the use of the correct term to define it. And this term, like it or not, is "Femicide". It seems as if we could not get this word out of our throat (or keyboard), worn out by the unconscious fear of breaking something awfully rooted in our society. It appears that by merely naming this as a murder-suicide or as an even more general "family drama", we could be protecting ourselves from offending or exposing the instigator. And who might this instigator be, if not the prevailing patriarchy that governs our society with both hands and insists on considering women as subordinate to men? The word 'Femicide' precisely states this; everything else is just words to create a headline that once again denies the existence of a horrible phenomenon that needs to be cured and prevented.

“Femicide” is not a new term.  On  "Merriam-Webster",  it is defined as "the gender-based murder of a woman or girl by a man". A Dictionary of Gender Studies (Oxford University Press), considers it "the deliberate killing of a woman [...] a sex-based hate crime." Also the World Health Organization shares its accurate definition, by stating that "Femicide is generally understood to involve intentional murder of women because they are women, but broader definitions include any killings of women or girls. [...] Femicide is usually perpetrated by men, but sometimes female family members may be involved. Femicide differs from male homicide in specific ways. For example, most cases of Femicide are committed by partners or ex-partners, and involve ongoing abuse in the home, threats or intimidation, sexual violence or situations where women have less power or fewer resources than their partner."

Journalists and people generally need to make an ethical choice, either good or bad, both when they communicate and when they decide to remain silent, to censor, or not serve the truth of the facts. And by the way, even when they do remain silent, they tend to communicate something – their poor adherence to the truth, for example.

Today we want to draw attention to the use of old, misleading and unfair terminology towards victims. It is necessary to bring about a change in the lexicon because words matter; words have weight. Enough about "drama", "jealousy rage", "crime of passion"! To solve a problem, to eradicate it from our society, this must first be named and recognized; it must be defined. Otherwise it could neither be fought nor prevented.

On the responsibility of media, Francesco Pellegrinelli in the "Corriere del Ticino" issue of March 29, 2021 quotes Alessia Di Dio from the "Io l'8 ogni giorno" Collective. According to Alessia, "femicide" is a term that forces us to look at what happens beyond the single episode, setting gender-related violence as a structural problem. In this case, the whole society with its cultural heritage would be on the dock instead of the sole perpetrator. And this is inevitably scary.

The beginning of our quest for prevention may come from asking ourselves whether Femicide is only a consequence of patriarchy or a set of other phenomena: a rather arrogant male chauvinism; a bad education; "machismo" as a "culture" that feeds itself only on violence and prevarication; the immaturity of certain men (if we can call them that) who think they can impose themselves and instead reveal their inability to control their feelings and actions...

Finally, let's use the words that lead to change. It's time to stop hesitating because we are too scared to annoy others. The whole society is responsible for the "culture of silence" that surrounds us, starting with the media.

Femicide. Name it. Fight it.

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