No alla firma dell'Italia per l'iniziativa Belt and Road cinese

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Con questa petizione vogliamo chiedere al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, al Sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci e al Ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio di non supportare la Belt and Road Initiative cinese, per non porre il nostro paese in una posizione di dipendenza economica dalla Cina e tutelare il nostro mercato e il nostro territorio.

Il 22 marzo 2019, il presidente cinese Xi Jinping si troverà a Roma per proporre l’adesione dell’Italia all’ambizioso progetto cinese della “Nuova Via della Seta”.

La Nuova Via della Seta, nota anche come Belt and Road Initiative (BRI), è un’iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra Cina e 65 paesi in Asia, Europa, Africa e Oceania, attraverso la costruzione di ferrovie, strade, porti, oleodotti, gasdotti e nuove aree industriali. Tra i risultati di questo progetto vi sarebbe anche un incremento delle esportazioni dalla Cina, che avrebbe un ruolo di protagonista globale nelle relazioni internazionali.

Secondo un'inchiesta di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera, all’avvio del progetto non è corrisposto un beneficio per i mercati europei: ad esempio, la metà dei container giunti all’hub ferroviario di Duisburg carichi di prodotti cinesi, tornano nel paese d'origine totalmente vuoti.

Il gruppo di stato cinese Cosco Shipping è ora interessato alla costruzione di un nuovo molo al porto di Trieste, attraverso un’acquisizione diretta. Un’adesione dell’Italia a questo progetto comporterebbe un ulteriore incremento delle importazioni di prodotti cinesi. Questo, in un mercato già in difficoltà come quello italiano, potrebbe avere gravi ripercussioni: è impensabile competere con chi produce con regole del tutto differenti, ignorando fattori quali diritti umani e dei lavoratori o norme ambientali, utilizzando leggi opache, non rispettando i copyright, esportando alimenti con altissimi livelli di pesticidi e perfino prodotti radioattivi.

Sempre secondo l’inchiesta di Milena Gabanelli, la strategia cinese è quella di fare prestiti per lo sviluppo dei porti e collegamenti ferroviari, o entrare nella gestione di aziende di stato. Il caso dello Sri Lanka, che non essendo in grado di restituire i soldi ha dovuto cedere le infrastrutture alla Cina, è un esempio delle conseguenze di questa politica.

La Nuova Via della Seta è di importanza fondamentale per il governo cinese. “La Cina vuole guidare la nuova globalizzazione” ha detto l’ex ministro degli esteri cinese He Yafei. Preso atto che l’espansione cinese non può essere arrestata, è illogico sostenere la creazione di un progetto come la Nuova Via della Seta, se le merci prodotte in Europa vengono sottoposte a controlli piú severi e restrittivi rispetto a quelle prodotte in Cina.

Dal punto di vista dell'impatto ambientale, come fa notare Alessandro Codegoni nel suo articolo “Nuova via della seta o un altro disastro ambientale?” citando William F. Laurance, della James Cook University, «Il primo problema [...] evidenziato è la costruzione stessa di queste infrastrutture, che richiederà enormi quantità di cemento, acciaio e asfalto, con le relative emissioni di gas serra, e aumentando esponenzialmente la richiesta di materie prime, come sabbia e ghiaia, il cui sfruttamento globale va già al di là dei tassi di ricostituzione naturale».

Inoltre, «Come ha indicato il WWF, le infrastrutture della BRI attraverserebbero 200 ecoregioni, fra cui 1739 zone ad alta biodiversità, contenenti 46 hotspot, cioè aree naturali di interesse globale. In totale, ci sarebbero impatti sull’habitat di 265 specie minacciate, di cui 89 a rischio di estinzione e 39 a rischio critico di estinzione».

 

 

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