Impediamo al Decreto Salvini di diventare legge

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Giustizia e Diritto non coincidono. È un fatto storico che incontra tutto il pensiero occidentale. Immaginiamo di essere presi per mano da Alberto Angela e facciamo un salto all’indietro di 2500 anni. Nell’antica Grecia, culla della civiltà occidentale, la tensione fra Diritto e Giustizia è stata magnificamente espressa nel mito di Antigone. Antigone è una ragazza che infrange la legge di Tebe e dà sepoltura al fratello che ha tradito la patria ed è stato ucciso. Lo fa in nome di un insegnamento superiore: tutti i morti meritano sepoltura, non importa se la legge degli uomini lo vieta. Antigone rappresenta una persona divisa tra una legge terrena, che potremmo definire Diritto, e una legge divina (interiore), che potremmo definire Giustizia. Flettiamo i muscoli, quelli mentali, e proiettiamoci in avanti, nei giorni nostri. Lasciamo la mano di Alberto Angela, ché tanto lo rivedremo su Ulisse.

Oggi una persona che potremmo paragonare ad Antigone è un uomo dal forte impegno sociale, Domenico Lucano. Lucano da sindaco di Riace avrebbe aiutato una nigeriana senza permesso di soggiorno ad essere riconosciuta dallo stato italiano come una persona con dei diritti e, per questo motivo, è stato accusato di
“favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Come se non bastasse, giusto per non smentire la legge di Murphy, il ministro dell’interno Salvini ha deciso di cancellare il modello Riace, fiore all’occhiello dell’integrazione, e ha disposto il trasferimento di tutti i migranti accolti nel paesino calabrese.
A quanto pare, aiutare esseri umani ad avere dei diritti per condurre una vita più dignitosa è diventato illegale. Come siamo arrivati a tanto?

Iniziamo col dire che, anche se Giustizia e Diritto non coincidono, le due leggi possono incontrarsi, dialogare e andare insieme. Un esempio di questa felice corrispondenza è la Costituzione italiana.
La nostra Costituzione, all’articolo 2, stabilisce quanto segue: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
Non ci vuole un giurista, né un istrionesco Roberto Benigni, per capire che il nostro Paese, a fondamento della propria stessa esistenza, ha posto la solidarietà e i diritti inviolabili dell’uomo. Non degli italiani, attenzione, ma dell’uomo in senso universale.
Sempre la nostra Costituzione, tra gli articoli fondamentali, all’articolo 10 stabilisce: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”
È chiaro come il sole: la nostra Costituzione, quando un essere umano nel suo paese non gode delle libertà democratiche di cui godiamo in Italia, pretende il diritto d’asilo per lo straniero.
Alla luce di quanto riportato sopra, se un italiano vuole togliere o ridurre il diritto d’asilo a uno straniero svantaggiato, sta riconoscendo implicitamente di non sentirsi italiano. La cosa non stupisce se lo fa un secessionista, un colluso o un ignorante, ma creerebbe un po’ di sgomento se lo fa un ministro dell’interno.

Veniamo al decreto Salvini…. la nostra moderna legge di Tebe.
Che cosa è questo decreto Salvini e come si propone di gestire e “risolvere” il problema dell’immigrazione?
Prima di tutto potrebbe risultare un po' fuorviante il fatto che alcuni temi importanti sull’immigrazione siano stati inseriti in un decreto-legge sulla sicurezza, quasi a volerci dire che gli immigrati sono un problema per la sicurezza nazionale di per sé.

Leggendo il decreto si ha quasi l’impressione che la volontà di chi l'ha scritto non sia tanto quella di ovviare a “un caso di straordinaria necessità e urgenza”, ma quella di provocarlo, sfavorendo l’integrazione e aumentando l’irregolarità. Ciò che sta avvenendo a Riace, per disposizione del Ministero dell'Interno, non fa che rafforzare questa impressione.
Uno dei punti forti del decreto è quello di eliminare la protezione umanitaria quale motivo per il rilascio di permessi di soggiorno sostituendola con i cosiddetti casi speciali. Tali casi sarebbero (1) le condizioni particolarmente gravi di salute (e chi non si  imbarcherebbe con altri 1000 su una barchetta incerta per farsi curare all’ospedale di Lampedusa!!!) e (2) i casi di contingente ed eccezionale calamità. In quest’ultimo caso il soggetto può svolgere attività lavorativa, ma il permesso per calamità ha la durata di sei mesi e non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, quindi se un soggetto trovasse un lavoro regolare dovrebbe comunque lasciarlo e lasciare l’Italia dopo sei mesi. Con tutto il rispetto per i malati e le calamità della durata di sei mesi, siamo un po' lontani dalle libertà democratiche di cui sopra e la cosa ci sembra un po' “ingiusta”.
Ma l’aspetto più fantasioso del decreto, il capolavoro di questo “razzismo istituzionale”, è la revoca della cittadinanza in caso di condanna definitiva per particolari reati e, nello specifico, quelli commessi per finalità di terrorismo o di sovversione dell’ordinamento costituzionale, compresi il concorso, favoreggiamento e finanziamento di tali reati.
È impensabile che una persona che ha ottenuto la cittadinanza italiana e ha, quindi, gli stessi diritti e doveri di chi è italiano per nascita, possa vedersi revocare tale diritto ("la Costituzione non ammette alcun regime speciale, nessuna ghettizzazione" ricorda il costituzionalista Antonio D’Andrea). Come stabilisce il bellissimo articolo 3 della nostra Costituzione tutti i cittadini, sia quelli che sono nati cittadini italiani che quelli che lo sono diventati in seguito, hanno pari dignità davanti alla legge "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". La legge DEVE essere uguale per tutti.

Il fatto è che anche se la nostra bellissima Costituzione tutela quei diritti fondamentali dell’uomo che dovrebbero essere la strada della giustizia su cui far camminare le leggi, non bisogna dimenticare, citando un grande giurista del secolo  scorso, che "la Costituzione non è una macchina che una volta messa in
moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità".
Bisognerebbe tenerla sempre a mente, la Costituzione, e pensarla come una sentinella del potere legislativo, un contenitore necessario per le leggi.
Se le leggi non si adattano a questo contenitore, dovremmo, come uomini e cittadini con il dovere morale di vigilare su questa carta, indignarci, cercare la piccola Antigone che c’è in ognuno di noi e... agire. 

Per le ragioni sopra esposte, chiediamo al Parlamento della Repubblica Italiana di non convertire il decreto Salvini in legge. 



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