Risposta a Dacia Maraini lettera Corriere della Sera

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In riferimento all'articolo di Dacia Maraini uscito su la 27esima Ora è stata scritta una lettera per rispondere alle affermazioni che offendono tutte le donne e la loro libertà di autodeterminazione. Invieremo questo testo per esprimere il nostro dissenso e ribadire che del nostro corpo decidiamo noi!

CARA DACIA, IL NOSTRO ABORTO, LE NOSTRE SCELTE

In risposta alla lettera pubblicata da La 27esima ora della scrittrice Dacia Maraini, dall’eloquente titolo “Caro Papa, per ogni donna l’aborto è sempre un dolore”, sentiamo la necessità, come donne, uomini e soggetti impegnati attivamente sui temi della salute riproduttiva, di rispondere a quanto dichiarato.

Esulando dalle posizioni di stima e condivisione della politica operata dal Santo Pontefice da parte della scrittrice, riteniamo tuttavia illegittimo operare, ci tocca dire ancora una volta, un’azione di massificazione del sentire soggettivo di una donna che sceglie di interrompere volontariamente una gravidanza, e che in questo caso si traduce ancora una volta come il dolore di ogni donna.

La signora Maraini, fin dalle prime battute, ci informa in maniera lapidaria del fatto che nessuna donna ha piacere ad abortire, e che se ciò accade è solo perché costretta da motivazioni dolorose, motivazioni che il Papa può comprendere a causa della straordinaria capacità di ascolto e comprensione. Lo stesso Papa che qualche giorno fa ha usato la nobile metafora dell’omicidio su commissione, e in altre occasioni ha definito l’aborto come atto contro la vita.

L’unica traduzione possibile, per la scrittrice ed evidentemente per molti altri, è che l’aborto sia una esperienza dolorosa e traumatica, che sembra l’unico modo di poter vivere questo percorso e restituirlo sul panorama pubblico in maniera digeribile, al fine di essere perdonate e riabilitate alla vita quotidiana. Ad oggi siamo qui per ribadire che la strada della vergogna e del senso di colpa non sono le uniche percorribili, e che quanto rappresentato dalla signora Maraini non è il nostro destino.

Per moltissime donne l’aborto volontario è parte di un percorso di vita, vissuto in maniera positiva, senza lasciare ferite laceranti o un ricordo indelebile. Questo però non si può dire, perché andrebbe a rompere una narrazione consolidata, che come una nenia si ripete da anni e che ancora culturalmente ci legittima ad abortire, a patto di essere condannate a un “fine pena mai” che ci marchi a fuoco, ci faccia sentire sbagliate, e ci riconduca sulla retta via dell’assetto familiare classicamente inteso. 
Nella suddetta lettera si parla della necessità di non strumentalizzare l’aborto “come una bandiera da sventolare”. Bene, il fatto che in tanti continuino a parlare della gestione dei nostri corpi e della libertà delle nostre scelte, ci ricorda invece di quanto sia importante riprendere le fila di un discorso iniziato a cavallo del 1978 grazie all’approvazione della legge 194, e riuscire finalmente a dare voce alle donne, per farle uscire fuori dal buio e del silenzio di narrazioni violente che hanno cercato di parlare al posto loro. La storia delle donne che hanno vissuto l’aborto non è sempre legata al dolore, alla sofferenza, e laddove essa si traduca in questi termini, sarebbe importante comprenderne le cause, visto il clima di terrore e ostruzionismo che regnano in ambito sanitario, sociale e culturale.

Secondo la Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza gli aborti sono in calo, con una riduzione del 74,7% rispetto ai dati del 1982. Questo è avvenuto soprattutto a fronte delle lotte di rivendicazione femminista che hanno spinto per rompere quel muro di silenzio e di omertà, fatto di violenza, sopraffazione, aborti clandestini e senso di colpa.

Le donne migranti sono attualmente i soggetti oppressi a fronte di una politica xenofoba e razzista, che non vede la presenza all’interno dei servizi pubblici di mediatori culturale, e che esaltano pratiche securitarie anche da parte del personale medico. La povertà e l’ignoranza a cui Dacia Maraini fa riferimento all’interno della sua lettera si riconducono con più pertinenza a quello che è il nostro assetto sanitario, e non certo a queste donne, che invece di essere agevolate nei processi di integrazione vengono ostacolate e vincolate.

Non crediamo che in uno stato laico il nostro rivolgimento possa essere al capo della Chiesa Cattolica, che paradossalmente diventa l’interlocutore primario prima che lo siano le donne stesse. Alla logica della croce, a voler prendere in prestito la tradizione cristiana, segue sempre quella della resurrezione, mentre per noi donne, attraverso le parole che parlano di noi e non parlano con noi, lo stigma della vergogna, il tentativo di farci ritornare a quel “fuori storia” da cui proveniamo, continua quotidianamente questa crocifissione.

Noi abbiamo scelto di dire basta a queste narrazioni stereotipate e vincolanti, e nel rivendicare l’aborto libero, sicuro e garantito, abbiamo scelto la vita, la nostra. 



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