Ahmadreza Djalali, medico ricercatore condannato a morte in Iran

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AGGIORNAMENTO URGENTE DEL 24/10/2017

Ahmadreza Djalali, medico iraniano, padre di due figli e affermato ricercatore nel campo della medicina dei disastri è stato condannato a morte dopo un anno e mezzo di reclusione nel carcere di Evin, Teheran, con l’accusa di collaborazione con governi nemici. La sentenza è stata pronunciata dal tribunale iraniano il 21 ottobre 2017 e confermata dalla famiglia e dalle autorità competenti. I suoi colleghi e l’intera comunità scientifica rivolgono il loro più forte e deciso appello alle autorità italiane, iraniane ed internazionali affinché la sentenza venga ritirata e all’intera popolazione affinché collabori alla massima diffusione della notizia.

Riportiamo di seguito alcuni articoli e comunicati che descrivono l'attuale situazione:

https://www.amnesty.org.uk/press-releases/iran-prominent-medical-academic-sentenced-death-working-israel

http://www.repubblica.it/esteri/2017/10/23/news/iran_spionaggio_djalali_condanna-179096007/

http://www.nature.com/news/iranian-scholar-sentenced-to-death-1.22875

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Ahmadreza Djalali, iraniano, 45 anni, sposato e padre di due bambini, è uno stimato medico ricercatore nell’ambito della medicina dei disastri. Negli ultimi anni ha lavorato come ricercatore presso il CRIMEDIM, centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale, con cui ha continuato a collaborare fino al momento della sua reclusione.

Ad aprile 2016, durante la sua ultima visita in Iran su invito dell’Università, è stato arrestato e da allora è detenuto nella prigione di Evin a Teheran. È stato posto in isolamento nella sezione 209 per 7 mesi, periodo in cui gli è stato negato il diritto di essere difeso da un avvocato.  A dicembre ha iniziato uno sciopero della fame che ha aggravato seriamente le sue condizioni di salute.

Dopo aver informato la famiglia di essere stato obbligato a firmare una confessione - dal contenuto ignoto - sulla testa di Ahmadreza penderebbe adesso la condanna alla pena capitale con l’accusa di essere una spia e di aver collaborato con stati nemici. La famiglia di Ahmad, a conoscenza del fatto che le investigazioni nei suoi confronti sono legate ad una questione di sicurezza nazionale, afferma che non vi sia nessuna prova contro di lui.

La comunità scientifica non accetta le accuse rivolte contro Ahmadreza, e ritiene che l’unica sua “colpa” possa essere quella di aver collaborato con ricercatori di Stati considerati nemici nel corso della sua attività scientifica, volta al miglioramento della capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri.

Vogliamo che Ahmadreza possa tornare dalla sua famiglia, fra i suoi amici e nella comunità scientifica.

Vogliamo difendere la libertà sua e di tutti i ricercatori che con dedizione ed impegno si dedicano al loro lavoro. 

Chiediamo con rispetto alle Autorità Iraniane l’immediato ed incondizionato ritiro delle accuse che condannano Ahmadreza.



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