PETIZIONE CHIUSA

Ragazzina autistica, il giudice ordina la sua sottrazione alla madre per PAS

Questa petizione aveva 103 sostenitori


Sono la mamma di una ragazzina di 15 anni autistica, con doppia cittadinanza (sia italiana sia ungherese) e con doppia residenza.
Dai primi del 2014 mi trovo coinvolta in un processo di separazione giudiziale presso il Tribunale di Lecco.
A causa di una perizia psicologica - e senza che vi sia stato un reale e serio motivo - mia figlia è stata affidata ad un Ente pubblico con collocamento eterofamiliare. Sono stata ingiustamente accusata dalla CTU di vivere le relazioni in modo esclusivo e simbiotico e ciò, secondo il perito, non consentirei a mia figlia di differenziarsi e di accedere al “terzo differenziante” ossia alla figura paterna. In pratica mi si taccia di soffrire della “sindrome” di alienazione parentale (PAS), che mi spingerebbe a condizionare psicologicamente mia figlia per metterla contro il padre dal quale mi sto separando.
Ma le cose non stanno affatto in tal modo e io sto vivendo, così come mia figlia, un dramma nel dramma.
Mia figlia, infatti, ha un disturbo pervasivo dello sviluppo diagnosticato e codificato come F84,00 (autismo), mentre la PAS è priva di un codice diagnostico, non è una malattia e non può essere diagnosticata come tale.
Mia figlia ha una storia lunga e travagliata. Nonostante presentasse disturbi di sviluppo sin dai suoi primi anni di vita, ci sono voluti ben dodici anni per arrivare alla diagnosi di autismo infantile (il che dovrebbe essere diagnosticato durante i primi anni di vita).
Nel frattempo mia figlia ha ricevuto diagnosi diverse e contrastanti fra di esse. Di conseguenza si sono avuti dei trattamenti sbagliati, non sono stati messi in atto degli interventi educativi idonei e al tempo stesso ho dovuto fare i conti con situazioni di maltrattamento e di mobbing costante da parte del mio ex marito che, accusa me di essere la causa dei problemi di nostra figlia e che voleva “normalizzarla” a tutti i costi non accettando, quindi, lo stato in cui lei effettivamente si trovava.
La ragazzina dall’età di otto anni e per una fobia sociale irrisolta non riesce a frequentare la scuola e studia a casa con me sotto educazione parentale.
Un paio di anni fa, non riuscendo ad arrivare a una separazione consensuale, chiesi aiuto ad un’associazione che si occupa di casi di violenza in ambito familiare. Nell’attesa di una decisione sull’affido della ragazzina, entrambe eravamo state alloggiate in una casa famiglia riservata a donne e ai loro figli vittime di violenza. Un fatto obbligato, in quanto ci eravamo trovate di punto in bianco senza un tetto sulla testa in quanto il mio ex marito aveva disdetto il contratto d’affitto dell’abitazione di cui lui era l’unico intestatario e, nello stesso tempo, non mi consentiva di poter ritornare in Ungheria con nostra figlia.
Per poter avere la separazione, ho dovuto acconsentire a sottoporre mia figlia ad una “terapia” psico-educativa allo scopo di avvicinarla a suo padre, che lei si rifiutava di incontrare, e io ho dovuto prendere parte ad una mediazione di coppia con il mio ex marito.
Ma il risultato è stato che io sono stata umiliata come persona e come madre e che le angherie che avevo sostenuto di aver subìto sono state a dir poco ridicolizzate, banalizzate se non addirittura ignorate sia dai mediatori sia dal mio ex marito e, di conseguenza, anche dal giudice al quale era stato delineato un quadro distorto e pertanto non inerente la realtà delle cose.
Io e mia figlia, siamo state di fatto “imbavagliate” e censurate. Le conseguenze su di lei sono state devastanti: a causa di questa “terapia” lei si è chiusa in sé stessa, ha smesso di parlare e usa il linguaggio verbale solo con me. Soffre di ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo alimentare e di una fobia sociale che la fa vivere isolata ed emarginata dal mondo.
Un calvario infinito. Dopo il fallimento della mediazione il giudice ha ordinato una perizia psicologica i cui esiti sono stati che il responsabile dei problemi di mia figlia ero io, che l’avrei plagiata e condizionata psicologicamente per metterla contro suo padre. Perciò sono stata ritenuta essere la causa dei problemi di mia figlia e di essere inadatta al mio ruolo genitoriale. Per tale motivo mia figlia è stata affidata al Comune di Lecco (anche se da quasi due anni non si ha più la residenza a Lecco) e il giudice ha ordinato agli assistenti sociali di collocarla in una comunità minorile.
Successivamente una relazione medica rilasciata da un Centro Autismo affermava che le condizioni psico-fisiche della ragazzina non le permettevano di essere allontanata da me in quanto sono il suo unico punto di riferimento.
A quel punto il giudice ha acconsentito a che mia figlia potesse rimanere temporaneamente presso di me almeno finché le sue condizioni psico-fisiche non fossero migliorate. Nello stesso tempo ha ordinato un trattamento sanitario obbligatorio su base di un neurolettico e che gli incontri tra la ragazzina e suo padre venissero ripristinati tempestivamente. Mi ha ordinato di stabilire la mia residenza e quella di mia figlia nel Comune di Lecco. Ha ordinato, inoltre, il sequestro di tutti documenti della ragazza validi per l’espatrio (sia italiani sia ungheresi) e il divieto di lasciare l’Italia.
Noi, le vere vittime di questa assurda situazione, siamo state di fatto private della nostra libertà e trattate alla stregua dei peggiori criminali.
La colpa di mia figlia? L’aver rifiutato di vedere suo padre.
La mia colpa, io che sono solo una madre affettuosa e premurosa? Essere incapace di educarla e di costringerla ad incontrare il padre che lei non voleva vedere perché la maltrattava.
Quel che è vero è che da circa due anni, ossia dal momento in cui ho presentato il ricorso per la separazione, stiamo vivendo un vero e proprio incubo, con continue angherie. Non esagero nell’affermare che alla violenza familiare si è aggiunta quella istituzionale. Mia figlia sta vivendo peggio che se fosse stata condannata alla detenzione carceraria, senza però
aver commesso reato alcuno. Si è chiusa in se stessa, non vede più nessuno, non parla più e in mancanza di un intervento mirato rischia di rimanere muta, isolata e emarginata per sempre.
Visto lo stato psico-fisico molto compromesso della ragazzina e la necessità di una terapia vera e propria, due mesi fa siamo andate (diciamo il termine drammaticamente giusto… scappate) in Ungheria. Questo perché a Lecco non esiste un aiuto specialistico mirato, cosa che è stato confermato anche dagli assistenti sociali.
La situazione sta letteralmente precipitando tanto che ora sono indagata per sottrazione internazionale di minore e vi è il concreto rischio di venir definitivamente privata della mia potestà genitoriale. Inoltre, lo Stato italiano ha ordinato alle autorità ungheresi il rimpatrio immediato di mia figlia e il suo collocamento in un istituto terapeutico a Pisa, a 400 km da Lecco. Inutile dire che suo padre è, ovviamente, d’accordo.
Al danno si aggiunge anche la beffa: il giudice ha sollevato il mio ex marito non solo dall’obbligo di mantenere sua figlia, ma anche dall’obbligo di versarmi la sua indennità che ha sempre incassato lui e trattenuto per sé e di cui nostra figlia non ha mai potuto beneficiare neanche in precedenza.
Ora chiedo aiuto a tutti voi che leggete queste mie righe.
Vi chiedo con il cuore in mano di firmare questa petizione con la quale chiedo:
- che la mia causa giuridica venga riesaminata
- che si accerta che, in effetti, siano stati commessi degli errori di giustizia i provvedimenti emessi vengano revocati e che mi sia ridata la potestà genitoriale
- il diritto di decidere dove vivere, come e dove istruire e curare mia figlia.
Chiedo che mia figlia possa vivere liberamente e che possa far parte della società come i suoi coetanei, invece di esserne segregata.
Chiedo che i suoi diritti civili e umani vengano rispettati: il diritto alla libertà, al pensiero libero, alla libera scelta e il diritto all’istruzione e alla cura.
Chiedo troppo? Non credo proprio. Aiutatemi… aiutatela!
Firma questa petizione per far luce su un fenomeno purtroppo diffuso: la sottrazione ingiusta di minori alle loro famiglie e la situazione deficitaria della giustizia minorile.

 

 

 

 

 

 



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