Libertà per il popolo nicaraguense

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Sono cresciuto con il racconto di un sogno e l’estate scorsa ho vissuto in un incubo.

Sono uno studente liceale di diciotto anni, figlio di un medico che ha vissuto e lavorato negli anni novanta in Nicaragua.

Mia madre mi ha sempre parlato di un uomo coraggioso, Daniel Ortega, che è riuscito, negli anni settanta, come leader del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) a liberare il suo Paese da un dittatore, Somoza, e che ha sostenuto dieci anni di guerra civile, scatenata dagli USA, preoccupati della possibilità di un governo comunista in Centro America, per poi rinunciare al potere perché sconfitto alle elezioni.

Nella primavera del 2018 quella stessa persona, che è stata rieletta democraticamente e che guida il Nicaragua da dodici anni, ha soffocato nel sangue, con l’aiuto di polizia ed esercito, manifestazioni pacifiche di studenti e si contano a tutt’oggi trecento  morti e almeno duecento persone scomparse. Il Paese è stato nuovamente sull’orlo di una guerra civile, ma, dopo qualche mese, presumibilmente anche per  la pressione da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, è tornata la calma.

Ho accompagnato mia madre in Nicaragua la scorsa estate e ho capito che la calma è una calma apparente e che il Paese vive in un clima di assoluta tensione.

Abbiamo parlato con molti amici nicaraguensi che si definiscono tuttora sandinisti, ma che hanno preso le distanze da un presidente che non li rappresenta più e che sentono che li ha traditi nel peggiore dei modi.

Ognuno di loro, senza nemmeno aspettare che rivolgessimo domande, ci ha spontaneamente raccontato quello che sta accadendo, con la speranza che il mondo possa rendersi conto della situazione e appoggiarli.

Eppure la paura si sente quotidianamente e le persone hanno smesso di esprimere liberamente le proprie opinioni, perché non si fidano più le une delle altre.

Nessuna manifestazione che non sia del Partito è più autorizzata ed è vietato persino esporre la bandiera del Paese, se non è a accompagnata da quella dell’FSLN.

I dipendenti statali sono obbligati a partecipare ai raduni organizzati dal Governo, altrimenti vengono licenziati.

Molti ragazzi imprigionati in seguito ai disordini del 2018 sono stati rilasciati per una amnistia politica conseguente a pressioni internazionali, ma altri tuttora scompaiono, in piccolo numero affinché non diano troppo nell’occhio o vengono trovati misteriosamente morti.

Vi sono testimonianze di torture subite in carcere.

Nelle Università è vietato riunirsi in più di tre persone, e alcuni studenti che hanno partecipato alle manifestazioni si sono visti annullare tutti gli esami fatti all’università e devono ricominciare daccapo.

Molti negozi sono stati chiusi perché di proprietà di persone che hanno appoggiato i manifestanti e molti stranieri sono stati espulsi per la stessa ragione.

Molti medici hanno perso il lavoro perché hanno curato gli studenti feriti, mentre era stato diramato il divieto di farlo, in quanto considerati terroristi.

La Polizia è intervenuta anche durante le messe celebrate in ricordo dei morti delle manifestazioni e alcuni sacerdoti sono stati minacciati.

A volte i giornali non vengono stampati perché viene bloccata la carta e l’inchiostro, eppure continuano coraggiosamente a denunciare le violazioni dei diritti umani e a definire Ortega e sua moglie, che è la vicepresidente del Paese, due dittatori.

Nessuno vuole una nuova guerra, molti chiedono elezioni anticipate, tutti vogliono tornare a vivere liberi e in pace.

Chiedo un intervento dell'Europa affinché faccia pressione sul governo nicaraguense perché cessino immediatamente tutte le violazioni dei diritti umani che stanno dilaniando il popolo nicaraguense.