RITORNO ALLE PROVINCE STORICHE E ISTITUZIONE DELLE MACROREGIONI

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Articolo 114 Cost.: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.”

Questo articolo definisce gli enti di cui è costituita la Repubblica. Malgrado una certa semplificazione mediatica, la riforma delle province, convertita in legge nell’aprile del 2014 dalla Camera dei Deputati, non ha previsto un’abolizione totale di quest’ultime bensì una sostituzione con nuovi enti che hanno continuato a occuparsi di specifiche materie e per i quali non sono più previste elezioni dirette. Per l’abolizione totale delle province sarebbe stata necessaria una modifica della Costituzione, ma solo come primo passaggio formale. La riforma costituzionale del governo Renzi, bocciata dagli elettori tramite il referendum dell’ormai famoso 4 dicembre 2016, prevedeva semplicemente l’eliminazione della parola “province” dalla Costituzione, rimandando poi a una futura legge ordinaria la determinazione delle funzioni e delle competenze di questi enti o la loro eventuale cancellazione: una nuova riforma, dunque, che sostituisse la legge Delrio. Nel mentre, la situazione è rimasta piuttosto confusa e complicata.

Le province sono state sostituite da assemblee formate dai sindaci dei comuni che fanno parte della provincia e da un presidente: è previsto anche un terzo organo, il consiglio provinciale, formato dal presidente della provincia e da un gruppo di 10-16 membri (in base al numero degli abitanti della provincia) eletti tra gli amministratori dei comuni interessati. In sintesi, un’elezione di secondo livello per un ente di primo livello di rango costituzionale. I nuovi enti hanno competenza in materie come edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali. Un’altra funzione è il “controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale” e la “promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale”. Tutte le altre competenze sarebbero dovute passare ai comuni, ma le cose sono andate a rilento e di fatto le competenze delle province sono rimaste molto simili a quelle prima della riforma. Con l’aggravante che l’accompagnamento della trasformazione formale delle province prevista dalla riforma Delrio prevedeva il taglio dei finanziamenti di questi stessi enti. I tagli ai fondi sono arrivati però molto prima del “riordino” deciso dal governo e ciò ha comportato inevitabili ricadute negative: i tagli sono stati draconiani, circa due miliardi in due anni, con ventimila dipendenti in meno su quarantottomila totali, le competenze rimaste sempre le stesse, la manutenzione di centotrentacinquemila chilometri di strade e la gestione di seimila scuole. Evidente è il rischio di giungere al paradosso di enti saldi dal punto di vista della governance istituzionale, ma in default finanziario a causa dei tagli insostenibili delle manovre economiche.

Altro paradosso: con la riforma Delrio le province, secondo annuncio, sarebbero diminuite da 107 a 97, ma in realtà le dieci rimanenti non sono state eliminate bensì trasformate in altrettante città metropolitane, organismi sempre di secondo livello, i cui territori coincidono con quelli delle province e che, di fatto, hanno le funzioni fondamentali delle vecchie. Le “città metropolitane” in questione sono Torino, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria.

Nel segno del “risparmio”, in un’epoca dominata dal populismo e dalla schizofrenica ricerca da parte delle classi dirigenti del nemico da combattere, la sorte delle province ha conosciuto un periodo di delegittimazione e accattonaggio da parte dei governi nazionali, del tutto avulsi dalla comprensione dell’importanza di enti locali come i comuni e le province. Essendo, questi ultimi, le istituzioni più prossime al cittadino, dovrebbero essere messi nelle condizioni non solo di erogare i servizi essenziali ma di effettuare quel salto di qualità, attraverso forti e diffusi investimenti pubblici strutturali, che consentirebbero di reggere l’urto di una crisi economica senza eguali dal secondo dopoguerra ad oggi.

Promuovere il ritorno all’elezione diretta dei consigli provinciali, deve rappresentare la mission di un popolo che si riappropria del patrimonio lasciato in eredità dai propri padri costituenti: riaffermare l’importanza dello Stato delle Autonomie, come via maestra per la formazione di nuove classi dirigenti attraverso crescenti responsabilità, un processo di osmosi dal basso verso l’alto che eviti la condanna di essere rappresentati da politici improvvisati ed inadeguati ai propri compiti e alle proprie responsabilità. La quintessenza di ciò che manca alla politica di oggi: cultura, saggezza, conoscenza.

Una classe dirigente che sappia parlare di territorio, di Paese e di Europa. Una sfida che passa inevitabilmente dalla messa in discussione dell’attuale sistema di governance europea, per giungere finalmente ad un Europa dei popoli, attraverso anche una razionale e intelligente riorganizzazione delle autonomie locali. In questa direzione, è dall’UE stessa che, da circa 12 anni, giungono esperienze e spunti di riflessione importanti sulla politica delle macroregioni. Dalle sinergie tra università e distretti alla ricerca, dalla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca e all’energia, passando per strade e ferrovie: un’opportunità di crescita per i territori ed evidentemente, anche per le imprese, l’esperienza delle attuali quattro macroregioni, la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica e l’Alpina. Nate con il nobile obiettivo di non creare sovrastrutture che appesantissero le P.A. dei Paesi membri e disperdesse fondi in mille rivoli, stimolando gli stessi Stati a impegnarsi con finanziamenti propri.

È il momento di ribadire con forza che dopo circa 50 anni di regionalismo, le regioni del nostro Paese, a differenza dell’iniziale idea del costituente di rendere quest’ultime degli enti di programmazione e controllo, sono divenute enti di gestione di veri e propri carrozzoni caratterizzati da sprechi e immobilismo che altro non fanno se non aumentare il divario in un Paese che purtroppo viaggia a velocità diverse da nord a sud. Avevano ragione i nostri regionalisti storici, da destra a sinistra, da Salvemini a Sturzo, nel dire che l’Italia, essendo un’espressione geografica con esperienze storiche diversissime, doveva ricomporsi attraverso un’integrazione di autonomie.

Oggi, l’unica proposta regionalista valida, dovrebbe essere quella di istituire quattro grandi regioni della penisola più le due isole (potrebbe essere semplificativo il riferimento alle circoscrizioni italiane per le elezioni europee). L’attuazione vera dell’articolo 117 della Costituzione dovrebbe essere eseguita aiutando il Paese a riordinare la propria morfologia regionalista. Quello dell’autonomia è un problema strettamente politico. Il nord, nonostante le ingenti risorse pedissequamente distribuite, a scapito del mezzogiorno, non è comunque in grado di garantire performance economiche al passo con le grandi potenze europee, tantomeno in grado di trainare il mezzogiorno stesso. Il sud, nonostante gli atavici problemi, ha un’enorme prospettiva, inimmaginabile un secolo fa: quella di essere protagonista nel Mediterraneo, prospettiva molto più ambiziosa del reddito di cittadinanza e dell’assistenzialismo in genere. La riformulazione del tema delle macroregioni, così come la modernizzazione del Paese, sono temi ineluttabili. Oggi il mondo non è più organizzato solo attraverso la logica del territorio ma anche con le funzioni. Ha fatto più urbanistica il Frecciarossa che tutti i piani regolatori dei comuni che il treno stesso attraversa. Vi è un grosso problema legato alla globalizzazione e alla reticolarità, che è il rapporto tra città e campagna, quello di cui soffre, ad esempio, la Francia. Perché le funzioni vanno dal Freciarossa all’Autostrada del Sole, dal porto di Genova a quello di Gioia Tauro.

Il rilancio del sistema Italia passa anche per una revisione del ruolo e della robustezza delle sue componenti territoriali, a cominciare dalle sue 20 espressioni regionali. Già a partire dagli anni '70 validi studi avevano evidenziato l'eccessiva frammentazione, troppo costosa dal punto di vista della gestione amministrativa e politica, della soluzione regionale italiana. È necessaria la proposta di riorganizzazione del nostro sistema regionale basata sulla differenziazione al suo interno tra blocchi relativamente omogenei e sinergici dal punto di vista delle dinamiche economiche e sociali. D’altronde è la Costituzione stessa che lo prevede: si può, con legge costituzionale, sentiti i consigli regionali, disporre la fusione di regioni esistenti o la creazione di nuove regioni con un minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.

Dunque, riorganizzare per unire finalmente il Paese e riproiettarlo in Europa e nel mondo. È la storia che ce lo chiede, lo dobbiamo ai nostri figli.