"OPZIONE INFERMIERI" : INFERMIERI IN PENSIONE A 60 ANNI

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INFERMIERI IN PENSIONE A 60 ANNI

Il COVID-19 ha mostrato al mondo quello che gli addetti ai lavori già sapevano: l’attività assistenziale richiede un dispendio di energie notevole.

Gli infermieri che si dedicano all’assistenza diretta osservano il declino inesorabile delle loro performance con l’aumento dell’età.  La vista è sostenuta quasi sempre da occhiali e i dolori muscolo/scheletrici rallentano i movimenti. La possibilità di errore aumenta con l’età.  Utilizzare un infermiere ultrasessantenne nell’assistenza diretta è rischioso per il lavoratore e per l’utenza. Lo dimostrano i dati delle patologie incidenti sul benessere degli infermieri utilizzati nelle corsie ospedaliere.

 In Italia l’età media degli infermieri in servizio supera i 50 anni e risulta essere la più alta in Europa.

Chiediamo  sia prevista una “Opzione Infermiere” che collochi in pensione gli infermieri già dai sessant’anni  di età quando possono vantare una buona anzianità contributiva.

Gli infermieri che, raggiunti i sessant’anni, non hanno una sufficiente “anzianità contributiva”  vengano adibiti in attività che non prevedano assistenza diretta.

Se fa un lavoro usurante, perché obbligare l’infermiere a restare nelle corsie quando la prestanza fisica (ed a volte la lucidità) non gli consente di sostenere il peso delle reponsabilità che gravano sulle sue spalle?

Li avete visti “bardati” come astronauti, con divise che li rendevano irriconoscibili, tanto da dover segnare sulla schiena i nostri nomi col pennarello, correre al vostro capezzale quando stavate male,

avete osservato i loro volti visibilmente stanchi e segnati dalle ferite prodotte dalle mascherine indossate per ore,

 li avete notati quando, non riuscendo più a mostrarvi il sorriso lo hanno dipinto con colori vivi sulle mascherine per non farvelo mancare,

li avete ascoltati quando vi hanno raccontato che  per mantenere i presidi per ore e per non sottrarsi al dovervi assistere, hanno indossato pannoloni per poter  espletare i loro bisogni fisiologici,

avete ricambiato il contatto che hanno cercato, anche indossando due paia di guanti, in quella stretta di mano che suggella una promessa di aiuto: si stringono le mani ma si sfiorano i cuori,

li avete sentiti biascicare parole incomprensibili con una bocca secca ed una lingua che si attaccava al palato per la sete repressa: finchè indossi la mascherina non puoi scoprirti la bocca per bere,

avete visto il sudore grondare dalle loro fronti immaginando quanto si dovesse star male sotto quelle tute e quegli scafandri , ma sono rimasti con voi lo stesso,

avete sentito ai tg che molti di loro si sono ammalati, qualcuno è morto,

avete condiviso la loro battaglia per la sicurezza quando avete saputo che mancavano i presidi: loro si lamentavamo ma stavano lo stesso lì, con chi  ne aveva bisogno.

Adesso che avete guardato verso di loro, che avete capito quanto sia importante e duro il loro lavoro, sappiate che, passata questa emergenza, continueranno a lavorare con la stessa passione, con la stessa voglia di fornirvi un’assistenza di qualità e rispettosa della dignità umana, ce la metteranno tutta. Torneranno a confrontarsi con gli stessi problemi di sempre: con la carenza di materiali ed attrezzature, con l’annosa esiguità degli organici che li costringerà a turni massacranti, con l’assenza di figure di supporto che li terrà impegnati altrove e non al capezzale di chi ne avrebbe bisogno, che li costringerà a carichi di lavoro insostenibili …ed infatti le loro schiene e le loro articolazioni dopo qualche anno cederanno e li vedrete spesso trascinarsi nelle corsie per assistervi. Non tutti capiranno le loro difficoltà, qualcuno li considererà come controparte e subiranno aggressioni e violenze. Si ritroveranno in reparto utenti con patologie contagiose non diagnosticate prima e, come ora, li assisteranno, con l’ansia di portare quelle malattie ai loro congiunti che non hanno scelto questo lavoro:  prenderanno farmaci per proteggersi e rischieranno comunque di ammalarsi e di rimetterci la vita. Continueranno insomma a lavorare senza più i riflettori, come hanno sempre fatto.

Prima che si affievolisca l’attenzione nei loro riguardi e prima che qualche altro malaugurato evento li ponga nuovamente al centro dell’attenzione, posto che:

1)      L’età media degli infermieri che trovate nelle corsie in Italia supera i 50 anni ed è la più alta in Europa;

2)      In Italia vi sono circa 100mila infermieri inoccupati e molti infermieri hanno trovato la loro collocazione professionale all’estero, dove sono molto apprezzati per l’ottima preparazione;

3)      La carenza di personale, unita alla mancanza di attrezzature idonee, rende le patologie muscolo scheletriche frequentissime tra gli infermieri (documentate da esami strumentali, non inventate);

non risulta evidente ai vostri occhi, ora che avete imparato a conoscerli meglio, che un infermiere non può essere lasciato nelle corsie a dedicarsi all’assistenza diretta fino a 67 anni con la stessa lucidità ed efficienza di quando era più giovane? Non risulta chiaro che un eventuale errore ma finanche un ritardo può compromettere il buon esito delle cure e mettere a rischio vite umane?

In considerazione anche dei tanti infermieri giovani, neolaureati e con tanta voglia di entrare nel circuito produttivo, non sarebbe giusto ed opportuno considerare l’opportunità di prevedere un canale preferenziale, una sorta di “Opzione Infermiere” che garantisca agli infermieri, arrivati alla soglia dei 60 anni, di poter scegliere di dedicarsi ad attività non assistenziali o, in alternativa, essere posti in quiescenza?