Decision Maker

Elena Bonetti

  • Ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia

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Petitioning Giuseppe Conte, Nunzia Catalfo, Elena Bonetti

Per Lo Stato I Disabili Sono Troppo Ricchi

Mi chiamo Franca Borin, ho 48 anni, sono mamma di 4 figli e sono in carrozzina dal 21 Novembre 1997, giorno in cui ho camminato per l'ultima volta.Ho avuto un incidente in macchina , ma dal primo momento ho capito che la disabilità non era altro che una condizione e non un limite, e così ho subito trovato e cercato lavoro, e non ho mai smesso.Ho svolto parecchi lavori nella mia vita, con vari contratti da dipendente e ora da autonoma, lavorando da casa, on line, per poter seguire la mia famiglia e le mie esigenze di persona con disabilità. Come lavoratrice autonoma, ho la partita IVA e sono iscritta alle gestione separata, pagando regolarmente le tasse  e così, il 4 Aprile 2019, rientrando nella categoria per poter fare domanda per ricevere le 600 € del decreto a sostegno del Covid, ho presentato regolare domanda, che mi sono vista respingere con la seguente dicitura.RESPINTA,  perché risulta percepire un assegno ordinario di invalidità.Questo criterio è lo stesso per il quale mi venne respinta la domanda di disoccupazione quando cessò il mio contratto a tempo determinato: ben 340 € lordi di indennità concessa dall'INPS che vede riconosciute le mie ridotte capacità lavorative e pagato in misura proporzionale ai contributi versati.Tradotto in parole povere: l'INPS mi riconosce invalida, mi da dei soldi per compensare lo stipendio che non posso prendere per intero, ma mi ritiene troppo ricca per beneficiare delle 600€ una tantum perché trasforma la mia disabilità in Benefit.Il nuovo DPCM sembra voler cambiare questa incompatibilità, ma ormai quello che è perso è perso,  e certamente la nuova misura non sarà retroattiva.Questa è l'emergenza attuale: fare in modo che il governo ci riconosca il danno economico e morale per questa discriminazione, riconoscendoci il rimborso della somma negata, e sopratutto lavorare per il  cambiamento di quella norma in via definitiva che, se da una parte ci riconosce un limite oggettivo dall'altra lo trasforma in benefit impedendoci di usufruire degli stessi aiuti delle persone normodotate.In questa emergenza, ci sono stati molti professionisti che pur lavorando hanno percepito le 600€ , ai disabili che lavorano, questo bonus è stato negato, perchè lo stato considera la nostra disabilità una fonte di reddito. Vi chiedo di sostenermi in questa mia campagna affinchè le tante persone come me possano trovare il loro giusto ruolo all'interno della società, perchè il lavoro nobilità l'uomo e lo rende libero, mentre a noi lo stato ci vuole indigenti. Per questo motivo voglio consegnare la mia tessera elettorale perché uno Stato che mi discrimina non merita il mio voto, il mio valore.In Italia le persone disabili sono circa 3 Milioni, ovvero il 5.2% della popolazione Italiana, ma per lo stato siamo gli ultimi della catena e considerati invisibili.Solo uniti ci possiamo far sentire Certa di avere l'appoggio di tante persone nella mia stessa ingiustizia, vi ringrazio. Franca Borin

franca borin
58,617 supporters
Petitioning Roberto Gualtieri, Giuseppe Conte, Sergio Costa, Elena Bonetti, Paola De Micheli

IVA al 4% anche per le auto elettriche destinate al trasporto delle persone disabili

Siamo i genitori di un ragazzo disabile di 25 anni e ci consideriamo persone attente all’ambiente. Abbiamo deciso di fare un passo importante verso un futuro più pulito considerando l’acquisto di una autovettura nuova completamente elettrica beneficiando anche delle agevolazioni fiscali riservate alle persone con disabilità. Con stupore abbiamo però appreso dai concessionari visitati che ciò sarebbe stato possibile solo in parte in quanto: “È applicabile l'Iva al 4%, anziché al 22%, sull'acquisto di autovetture nuove o usate, aventi cilindrata fino a: 2.000 centimetri cubici, se con motore a benzina 2.800 centimetri cubici, se con motore diesel.” “Per l'acquisto dei mezzi di locomozione il disabile ha diritto a una detrazione dall'Irpef. Per mezzi di locomozione si intendono le autovetture, senza limiti di cilindrata, e gli altri veicoli sopra elencati, usati o nuovi. La detrazione è pari al 19% del costo sostenuto e va calcolata su una spesa massima di 18.075,99 euro.” Fonte: guida alle agevolazioni fiscali per disabili dell’Agenzia delle Entrate gennaio 2017) L’Agenzia delle Entrate tratta in modo diverso l’agevolazione Iva e la detrazione fiscale per i veicoli elettrici, (forse perché la legislazione risale a tempi in cui l’elettrico non era contemplato) rendendo possibile la detrazione al 19% ma non l’aliquota IVA al 4%.  Si tratta di un paradosso che potrebbe orientare molte persone intenzionate a passare alla mobilità elettrica per il trasporto dei disabili a scegliere invece ancora auto diesel o benzina, essendo queste autovetture attualmente meno costose, a parità di modello e di allestimenti, di un veicolo elettrico e risultando quindi il costo finale molto più allettante anche e in quanto maggiormente agevolate dalla normativa vigente. Noi chiediamo quindi che la normativa venga prontamente aggiornata e corretta e che l’agevolazione IVA al 4% spetti anche per l'acquisto di autovetture elettriche, nel rispetto dell’ambiente e delle scelte delle persone. 

MARIAROSA DIAMANTI
44,639 supporters
Petitioning Giuseppe Conte, Luca Zaia, Elena Bonetti, Lucia Azzolina

Emergenza coronavirus: Gianluca, bimbo disabile a casa senza aiuti

A seguito della chiusura delle scuole per il contenimento del Corona Virus, mi ritrovo a casa coi miei 2 figli: Alessandro in 2° elementare e Gianluca in 4° elementare, entrambi farebbero il tempo pieno. Fortunatamente lavoro, la mia sede ha pensato di dare a tutti lo smart working per evitare contagi, quindi sono a casa coi miei bimbi e col mio computer. Gianluca è un bambino speciale, con la Sindrome di Sturge Weber, malattia rara. Non parla e cammina a fatica (dev'essere sostenuto), ha il pannolino e bisogna imboccarlo, pertanto dev'essere sempre accudito. Ho qualche piccolo aiuto dai nonni e 6 ore a settimana dell'assistente alla comunicazione, pago una babysitter per qualche ora al giorno, ma non è sufficiente. Il problema è comune a moltissime famiglie, ma vi chiedo di considerare con priorità le situazioni che hanno un figlio disabile a casa come Gianluca, io non lo posso mandare da un amichetto come faccio con l'altro figlio e nemmeno fargli vedere mezz'ora di TV per farlo star tranquillo. A scuola ha una copertura totale con operatore socio sanitario (15 ore settimanali) e maestra di sostegno (25 ore settimanali), sarebbe bello se un pò di queste ore potessero essere destinate al domicilio cercando sempre di salvaguardare la salute di entrambe le parti e nel rispetto delle normative attuate. Un altro valido aiuto potrebbe essere aumentare i permessi della Legge 104 (attualmente 3 giorni al mese) o dare ulteriore congedo parentale retribuito. Certa di essere ascoltata, vi ringrazio, mamma Antonella da Spinea (VE).

Antonella Perini
37,213 supporters
Petitioning Giuseppe Conte, Elena Bonetti

Terapia psicologica gratuita per chi ha assistito e perso una persona cara per covid 19

A causa del virus Covid19 e dell’impossibilità di ospedalizzare tutti i pazienti, molte persone hanno dovuto farsi carico della cura di persone care, completamente abbandonate a se stesse. Io sono una di queste, ma io sono una privilegiata perché posso permettermi economicamente di affrontare un percorso di terapia post traumatica, per provare ad affrontare e superare quello che ho dovuto vivere in questo terribile marzo 2020 e soprattutto la perdita di mia madre. Ho pensato però a tutti quelli che non possono permetterselo, perché non hanno più un lavoro o fanno fatica ad arrivare a fine mese. Il fatto che non possano elaborare il lutto e la perdita porterà sicuramente a delle ripercussioni psicologiche spesso anche gravi. Per questo chiedo che venga preso in considerazione, nelle misure di sostegno agli italiani, un aiuto economico finalizzato al recupero psicologico. Non sono una politica, né un’economista, ma penso che sia dovere di uno stato democratico, in una situazione di crisi, pensare a chi ha sofferto e ha lottato in totale solitudine, abbandonato dal sistema sanitario e dalle istituzioni. Viviamo in un’era moderna, dove la psicoterapia è ormai riconosciuta come parte  fondamentale nella cura delle persone. Sarebbe un segnale importante per tutti noi che  quantomeno venisse presa in considerazione la proposta. 

Roberta Festa
35,526 supporters
Petitioning Giuseppe Conte, Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Presidenza del consiglio dei ministri, Governo Italiano

Aziende aperte e scuole chiuse: il governo affronti ora il problema delle famiglie

SCUOLE CHIUSE E AZIENDE APERTE: PERCHE' SOLO IN ITALIA A PAGARE IL PREZZO SONO I BAMBINI? CINQUE RICHIESTE AL GOVERNO ITALIANO. Siamo un gruppo di genitori e lavoratori: medici, insegnanti, impiegati, giornalisti, dirigenti d’azienda, psicopedagogisti, fotografi. Come tanti altri genitori e famiglie, ci chiediamo cosa sarà di noi dopo il 4 maggio.Seguiamo con preoccupazione il dibattito sulla chiusura delle scuole per l’anno scolastico 2019-2020 e sull’incertezza che ruota attorno al ritorno tra i banchi di scuola il prossimo settembre. Una situazione che mette soprattutto le donne, già penalizzate sul mercato del lavoro in quanto a occupazione e remunerazione - in grave crisi: molte rischiano di dover rinunciare al lavoro per poter seguire i figli, visto che oltretutto i bambini non potranno stare coi nonni, categoria maggiormente a rischio durante questa emergenza.Questa prospettiva è inaccettabile e contraria al principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della nostra Costituzione: esigiamo risposte dalla politica, adesso. Non impegni vaghi per il futuro anno scolastico, ma che adesso ci si occupi di famiglie e bambini perché dal 4 maggio i problemi emergeranno in tutta la loro urgenza.Mentre in altri Paesi le scuole sono rimaste sempre aperte – come in Svezia - mentre in altri si sta discutendo di riaprirle prima dell’estate, mentre in altri si è deciso per maggio il rientro sui banchi – ad esempio Francia e Germania – in Italia sulla data dell’apertura delle scuole c’è un silenzio assordante, colmato solamente da presunti scoop di giornali che dichiarano la scuola ufficialmente chiusa fino ad almeno a settembre. Senza che ci sia stata alcuna comunicazione ufficiale da parte del Ministero della Pubblica Istruzione. Ad essere assordante non è solo il silenzio sulla data, ma soprattutto quello sulle conseguenze della privazione della scuola per i nostri figli e ancor di più su chi si occuperà di loro – parliamo di 10 milioni tra bambini e ragazzi - in vista della imminente riapertura delle aziende. Ci sembra che il governo abbia concentrato tutti i suoi sforzi, in termini di aiuti concreti ma anche di comunicazione, sul tema dell’economia e della riapertura economica del paese. Non vogliamo sottovalutare l’importanza della ripartenza economica, né gli effetti del mancato lavoro per tante famiglie, con conseguente povertà e disoccupazione. Ma proprio per questo motivo, per l'importanza che riveste il lavoro per ciascuna famiglia, ci sembra inverosimile e paradossale che a fronte della riapertura, anche progressiva, delle aziende non si parli innanzitutto di chi si occuperà dei nostri figli. Oltre che delle ripercussioni su di loro di una chiusura che potrebbe arrivare, con le vacanze, a minimo sei mesi. Questo silenzio non stupisce noi famiglie, in verità, perché siamo state tra i soggetti dimenticati in questa logorante pandemia. Non possiamo scordare la scarsa chiarezza dei decreti circa la possibilità dei nostri figli di uscire insieme a noi, che ha generato nella popolazione, soprattutto quella senza figli, la convinzione che i bambini dovessero stare rigorosamente chiusi in casa, con conseguente dileggio e critica per chi invece, senza violare alcuna norma, faceva scendere i propri bambini a prendere un po’ d’aria. I bambini sono stati considerati in questa emergenza “untori”, parola senza senso se non quello di gettare disprezzo su di loro e le loro famiglie, visto che non sono più contagiosi ma semplicemente asintomatici. Dopo aver subito tutto ciò, dopo aver tenuto i nostri figli chiusi in casa, con pesanti conseguenze soprattutto sui più fragili, i più poveri, i meno dotati di strumenti tecnologici, ora ci troviamo di fronte a un altro affronto: una mancata comunicazione da parte istituzionale su cosa sarà di noi nei prossimi mesi, mancanza che riflette l’idea che i bambini, in questo Paese, contino poco e nulla, a differenza di altri Paesi d’oltralpe. Siamo al paradosso per cui non sappiamo neanche se e come si riapriranno le scuole. La chiusura tout court è una soluzione troppo semplice, perché evita qualsiasi sforzo per pensare soluzioni, magari differenziate a seconda delle regioni, che non stanno subendo gli effetti dell'epidemia in maniera omogenea, delle classe di età, del tipo di plesso scolastico. Sono tante le associazioni che si occupano di minori – come “Alleanza per l’Infanzia”, “Investing in children”, “Save The Children” - che stanno denunciando le conseguenze della chiusura sui minori più fragili, al pari di autorevoli  sociologi, come la prof.ssa Chiara Saraceno.   Chiediamo pertanto al Governo:   1) Che si apra immediatamente una discussione pubblica sul tema scuola, con particolare riferimento alle conseguenze dell’assenza della didattica – quella on line non è che un pallido surrogato e non riguarda la fascia più fragile dei bambini tra 0 e 6 anni -   per i bambini, così come sulla possibilità di una riapertura diversa delle scuole. Che magari desse la precedenza, appunto, ai più piccoli, dal momento che il danno è maggiore per chi, come neonati o alunni della scuola dell’infanzia, non può godere di nessuna didattica. Il problema è serio, si rischiano ritardi nello sviluppo cognitivo, affettivo e soprattutto di relazione sociale, quest'ultimo fondamentalmente sviluppato proprio negli anni della scuola d'infanzia, come i pedagogisti sottolineano (si veda l'appello del pedagogista Daniele Novara); si rischia di accumulare lacune rispetto al linguaggio e alla socialità che non sono recuperabili, specie, ripetiamolo, per i più deboli. La psicopedagogia insiste da tempo sull'età 0-6 come basilare per lo sviluppo psichico, relazionale e sociale dell'individuo: le esperienze di questa fase della vita caratterizzeranno e informeranno tutto il resto del percorso individuale, i danni saranno difficilmente sanabili. I bambini e i ragazzi sono cittadini italiani, che vantano diritti costituzionali speciali rispetto ad altre categorie sociali: dovrà essere dunque rispettata la Costituzione, non chiediamo niente che già non rientri nel Diritto. 2) Chiediamo una letteratura scientifica e di supporto sulla quale basare il rinvio delle scuole. Non può bastare l’appello dello scienziato di turno, occorre che il Governo porti a giustificazione della chiusura una reale documentazione scientifica, così come la stessa servirebbe  per riaprire aziende e far ripartire il Paese. Ci sembra difficile credere che ci siano manipoli di scienziati a favore dell’apertura delle aziende e contro ogni possibile tentativo di riapertura delle scuole, magari in piccoli gruppi, a giorni alternati etc. Ci sembra difficile che tutti gli altri paesi abbiamo deciso di riaprire le scuole in maniera scriteriata e senza aver considerato i rischi. Se si può lavorare in sicurezza, se la task force governativa sta lavorando senza sosta per trovare la soluzione alle esigenze produttive, allora si deve anche poter andare a scuola in sicurezza: ovviamente inventando modi nuovi, non tutti insieme, progressivamente, magari prolungando l’anno scolastico che non necessariamente deve chiudere i primi di giugno (ricordiamo che per nidi e materne la scuola termina alla fine di giugno). A tal proposito segnaliamo un editoriale della prestigiosa rivista scientifica "The Lancet”, secondo il quale le conseguenze socioeducative del virus possono essere assai più gravi dei benefici - in termini di contenimento dei contagi - della chiusura delle scuole. Insomma vogliamo chiarezza: vogliamo sapere se i reali motivi per una mancata riapertura sono scientifici oppure pratici, il che non vuol dire meno seri. Ma dovrebbe cambiare almeno, se il problema è solo organizzativo, la comunicazione alle famiglie. 3) Chiediamo che, se la chiusura verrà confermata, si pensi espressamente a soluzioni per quei genitori che devono rientrare al lavoro. Se i genitori tornano al lavoro, cosa faranno i bambini tutto il giorno chiusi in casa, magari con temperature sempre più torride? I centri estivi, quelli su cui ormai i genitori contano per superare qualche settimana in vista delle vacanze, se non riapriranno le scuole non avranno a loro volta giustificazione per riaprire, le baby-sitter non possono bastare per tutti e il loro costo è elevatissimo e per la maggior parte delle famiglie inabbordabile anche a fronte di bonus insufficienti, i nonni con tutta evidenza non potranno occuparsene se è vero che dovranno stare ancora protetti a lungo. E dunque, chi si occuperà dei nostri figli mentre noi ci muoviamo per lavorare? Ci è  chiaro, dopo mesi di dichiarazioni sulla fragilità degli anziani e sul bisogno di misure contenitive per proteggere principalmente loro, che i nonni in questa Fase 2 non potranno rappresentare il pilastro al welfare familiare per il quale l'Italia rappresenta un'eccezione tra i Paesi dell'Europa economicamente più avanzata. Non potranno, gli scienziati e il Governo, chiederci di sacrificare i nonni per esigenze produttive: quando torneremo tutti a lavorare, i nonni dovranno ancor più essere tutelati, perché i bambini "portatori sani" non dovranno fare da ponte di trasmissione del virus tra genitori lavoratori e anziani che accudiscono i bambini. Ai genitori che hanno figli a casa minori andrebbe garantito lo smart working fin alla riapertura delle scuole, oppure – se fanno un lavoro che non consente lo smart working – che possano restare in cassa integrazione per tutto il periodo della chiusura della scuola. Chiediamo che il bonus baby sitter diventi un assegno robusto per tutte le famiglie anche di medio reddito, che venga erogato rapidamente e senza eccessivi vincoli burocratici: laddove ci sono genitori che lavorano e minori, c’è bisogno di aiuto che deve essere pagato. 4) Chiediamo al Governo anche di dare un segnale a tutte quelle famiglie in difficoltà che hanno figli che soffrono di qualche patologia e che per questo frequentano centri alternativi. Bambini e ragazzi che hanno vista la loro didattica interrompersi, così come le loro preziose terapie, con conseguenze gravi sul loro sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo e sociale. Anche su questo le famiglie attendono un segnale importante, così come lo attendono  - un altro aspetto su cui tutti i genitori aspettano comunicazioni chiare – sulla riapertura dei centri sportivi, così essenziali per bambini “speciali” e bambini “normali”. Come mai non se ne parla? Se si può aprire un’azienda in sicurezza, perché non una piscina? 5) In ultimo, riguardo alle ripercussioni economiche, facciamo presente che ci è ben chiaro che anche quello dei nidi, delle scuole d'infanzia e dei centri estivi privati è un problema economico oltre che familiare: strutture che da mesi non stanno riscuotendo le rette di frequenza sono condannate, al prolungarsi della chiusura, a dichiarare fallimento, con il conseguente enorme vuoto di servizi che lasceranno. Sono molte le città, specialmente quelle più grandi, dove i servizi educativi della fascia 0-6 anni sono affidati per la stragrande parte a strutture private. Qualora la riapertura di tutti i servizi scolastici fosse molto in là nel tempo, queste strutture già fallite potranno essere immediatamente sostituite da altrettante strutture statali? In conclusione: Si sono tirati fuori molti soldi per i lavoratori e per le imprese e si continua a discutere di come erogarne altri. Ma oggi è tempo di occuparsi anche dei bambini, di ripartire dai loro bisogni. Che sono esigenze primarie non così difficili da garantire. A patto, ovviamente, che si mettano quei bambini come priorità, e non, come da sempre in Italia, come ultimi insieme ad altri ultimi. È questo ciò che, in definitiva, chiediamo al Governo. Per il presente e il futuro.   Elisabetta Ambrosi, giornalista Letizia Atti, psicopedagogista Marco Bartolini, dirigente d'azienda Giulia De Vita, medico endocrinologo Mariangela Della Notte, fotografa Alessandro Galli, impiegato di azienda strategica Gabriele Giuliani, medico cardiologo Matteo Gorgoglione, educatore professionale Alessandra Luna, medico anestesista Francesca Sensi, insegnante

Francesca Sensi
28,456 supporters
Petitioning Elena Bonetti, Giovanni Malagò

DIRITTI PER LE ATLETE ITALIANE ADESSO! - #MaiPiùDilettanti

Mi chiamo Luisa Rizzitelli e sono presidente di Assist, associazione che dal 2000 si batte per le pari opportunità nello sport e perché alle atlete italiane agoniste, che di sport vivono, vengano riconosciuti diritti e tutele. In queste settimane abbiamo tifato in tantissime e tantissimi per le #Azzurre del calcio e in tanti avete scoperto che le donne che fanno dello sport il proprio lavoro non possono godere di diritti ELEMENTARI. In questa situazione ci sono anche tanti atleti uomini, ma nel caso delle donne la situazione è incredibilmente incostituzionale e discriminatoria: tutte le atlete italiane infatti (TUTTE dalla prima all’ultima) non possono di fatto accedere ad una legge dello Stato, quella sul professionismo sportivo, la Legge 91 del 1981, che ha demandato allo Sport il compito di decidere quali discipline possano usare gli strumenti della legge. E ad oggi, Coni e Federazioni hanno riconosciuto finora solo 4 discipline professionistiche, ma SOLO nella loro versione maschile (calcio, basket, ciclismo e golf). Per tutte le atlete italiane, quindi, anche quando sono campionesse straordinarie, nessun contratto collettivo, nessuna previdenza, nessuna tutela della maternità (se non grazie ad un importantissimo ma limitato sostegno di un Fondo istituito due anni fa e rifinanziato). Tutto questo è inaccettabile e per la prima volta il Parlamento se ne sta occupando: è in discussione infatti una legge che per la prima volta parla di "LAVORO SPORTIVO" e impedisce che questa definizione possa essere riconosciuta solo agli uomini. Se il "lavoro sportivo" dipenderà come è doveroso dal tipo di impegno che l'atleta porta avanti e non dal movimento economico della sua disciplina, abbatteremo una delle peggiori discriminazioni del nostro Paese.Per questa ragione ci rivolgiamo al Sottosegretario con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti e al Presidente del CONI perché, attraverso il riconoscimento del lavoro sportivo, venga dato alle atlete italiane tutte il Diritto di poter fare lo Sport per lavoro, con tutti i doveri e diritti del caso. Questo risultato è un atto doveroso di rispetto per le atlete che rendono grande il nostro Paese nel mondo e che non possiamo più tollerare che vengano definite "dilettanti". Luisa Rizzitelli, Presidente di Assist. #lavorosportivoORA #professionismoORA

Communis srl
27,242 supporters