Salviamo il convento di San Marco a Firenze dalla chiusura
  • Petitioned Bernardino Prella

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frate socio per l'Italia
Bernardino Prella
Maestro Generale dell'Ordine Domenicano
Bruno Cadoré

Salviamo il convento di San Marco a Firenze dalla chiusura

    1. Petition by

      Salviamo il convento di San Marco a Firenze

Al Maestro Generale dell'Ordine Domenicano Bruno Cadoré

 

“Firenze è il centro del mondo, San Marco è il centro di Firenze e l’Annunciazione del Beato Angelico [lì affrescata] è il centro di San Marco. Quindi l’Annunciazione è il cuore della storia”

Giorgio La Pira

Il Capitolo Provinciale dei Frati Domenicani dell’Italia Centrale ha recentemente deciso di chiudere il Convento di San Marco a Firenze; rimarrà aperta la parte del convento che è Museo statale e la chiesa, ma non ci sarà più una comunità di frati e un convento senza frati non è più un vero convento.

La decisione ha suscitato, nella città di Firenze, sorpresa, incredulità, preoccupazione, perché San Marco dal XV secolo fa parte integrante della storia e dell’identità della città, perché San Marco è il convento domenicano più famoso al mondo e uno dei più ricchi di opere d’arte, uno dei principali centri del Rinascimento, un laboratorio dove si sono fecondate a vicenda la religione cattolica, la cultura e l’arte. Nel corso di quasi sei secoli moltissimi personaggi illustri (nella santità, nella cultura, nell’arte, nella politica) hanno abitato il convento oppure lo hanno frequentato assiduamente.

Ancora oggi, benché rimasto con pochi frati, il convento è un punto di riferimento per le tante persone che desiderano parlare con i frati, per gli studiosi di religione e arte che frequentano la chiesa, la biblioteca di spiritualità e le conferenze. Per questi motivi ci rivolgiamo al Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, affinché voglia ritornare su questa decisione e voglia consentire al convento di proseguire quell’importante missione che svolge da secoli e che non a caso è riconosciuta da tutto il mondo.

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Dopo avere appreso – prima dalla stampa, poi dagli Atti del Capitolo Provinciale, celebrato a Pistoia dal 15 settembre al 3 ottobre – della decisione di chiudere il Convento di San Marco a Firenze, ci rivolgiamo a Lei mossi unicamente dall’amore per questo Convento e per tutto quello che rappresenta, un amore che accomuna cattolici e non cattolici, perché questo Convento è veramente un unicum e come tale merita di essere trattato. La notizia ci ha colti di sorpresa e non sarebbe stato così, se davvero la decisione fosse “stata ben ponderata all’interno di un percorso durato molti anni” (come Lei scrive nella Lettera alla Provincia, Atti, pag. 8); è probabile che su questo punto Lei sia stato male informato. La stampa locale ha dato il massimo rilievo alla notizia, San Marco a Firenze è un’istituzione che – dal 1436 quando il Convento è stato affidato ai domenicani – fa parte integrante della città e della sua storia (basti pensare a S. Antonino, a Savonarola, a La Pira); anche i fiorentini più lontani dalla Chiesa non riescono a concepire la città senza il Convento e hanno compreso subito che la chiusura di San Marco sarebbe per Firenze come una mutilazione. È noto che i fiorentini, per temperamento, tendono alla polemica e quindi alla contesa e alla divisione, ma la decisione di chiudere il Convento li ha messi, miracolosamente, tutti d’accordo, d’accordo nel giudicarla negativamente. Questa unanimità a favore di San Marco non ha nessun significato per l’Ordine Domenicano? Non tocca i cuori dei frati e non li spinge a contraccambiare l’amore della città? E non si può tacere che lo sgomento di molti fiorentini è moltiplicato dal fatto che neppure i più conclamati nemici della Chiesa – come Napoleone, come lo Stato italiano post-risorgimentale – avevano osato tanto, ed ecco invece che sono gli stessi frati a decretare la morte del loro convento. San Marco, come si può agevolmente sperimentare, è il convento domenicano più famoso al mondo e il fatto che siano gli stessi domenicani a chiuderlo ha una valenza simbolica dirompente, è come se l’Ordine Domenicano si suicidasse sul palcoscenico del mondo. E se si pensa che il Convento custodisce la maggior parte delle opere del Beato Angelico, patrono universale degli artisti, allora la chiusura suona come un’offesa a tutti gli artisti, perché in questo modo si dimostra una sovrana indifferenza verso il loro patrono. Sottovalutare tali aspetti simbolici sarebbe un errore imperdonabile.

È quasi imbarazzante ricordare che San Marco è stato uno dei principali centri del Rinascimento, nel pensiero e nell’arte, un primato testimoniato anche dalla Biblioteca progettata da Michelozzo, la prima biblioteca dell’età moderna aperta al pubblico, famosa per secoli nell’intera Europa. Tutti coloro che nel mondo studiano il Rinascimento (e sono tanti!), prima o poi incontrano il nome del Convento e trovano che è un gioiello dell’architettura e uno scrigno di numerosissime e inestimabili opere d’arte, presenti nella chiesa e nella parte del Convento che costituisce il Museo statale. Per non allungare troppo il discorso tacciamo dell’antica Farmacia (di rinomanza europea e cenacolo di artisti, intellettuali, politici) e ci rivolgiamo alla ricchezza di maggior considerazione, che è quella delle persone, le persone di alta levatura che fanno parte della storia del Convento. Innumerevoli personaggi illustri – nella santità, nella cultura, nell’arte – hanno vissuto nel Convento o lo hanno frequentato. Volendo fare una lista molto parziale, si possono fare i nomi, tra i primi, di S. Antonino (compatrono di Firenze), del Beato Angelico (patrono universale degli artisti), del B. Antonio Neyrot, del B. Antonio della Chiesa, del B. Andrea da Peschiera, di Savonarola, del pittore Fra Bartolomeo, del biblista Sante Pagnini, del teologo e arcivescovo Ambrogio Catarino Politi, dello scrittore di spiritualità Ignazio Del Nente, dello scrittore Serafino Razzi, dello scultore e architetto Domenico Portigiani, dello storico dell’arte Vincenzo Marchese, del teologo e arcivescovo di Firenze card. Agostino Bausa, del venerabile Pio Alberto Del Corona, vescovo di San Miniato; tra i secondi si rammentano Cosimo de’ Medici, Poliziano, Pico della Mirandola, Massimo il Greco (santo per i cristiani ortodossi), S. Filippo Neri, il letterato ed erudito Cesare Guasti, il linguista e scrittore Niccolò Tommaseo, lo storico e politico Pasquale Villari, il Servo di Dio Giorgio La Pira (che per alcuni anni ha dimorato nella cella n. VI), gli studiosi di spiritualità Arrigo Levasti (dal cui lascito librario è nata la Biblioteca omonima che ha tuttora sede nel Convento) e P. Innocenzo Colosio, il pittore Pietro Annigoni, il regista e scenografo Franco Zeffirelli. Quanti altri conventi possono vantare una “squadra” così prestigiosa? Cos’altro deve avere un convento per meritarsi un’attenzione particolare? Merita la soppressione o non piuttosto di essere sostenuto e potenziato?

Gli Atti del Capitolo dichiarano la volontà di sopprimere il Convento di San Marco, ma questa volontà rimane l’unica cosa chiara, perché non vi sono le motivazioni, mentre le prospettive future vengono descritte in modo molto vago: la “soppressione è richiesta per le seguenti ragioni: 1) si prende atto che nella città di Firenze non è possibile mantenere le attuali presenze di S. Maria Novella e di S. Marco; 2) considerata la vicinanza delle due comunità si ritiene possibile che i frati appartenenti ad una sola comunità a Firenze possano curare i vari ministeri e attività sia di S. Maria Novella, sia di S. Marco” (Atti, pagg. 36-37). L’espressione “si prende atto” non è una spiegazione né una dimostrazione; che i frati residenti a S. Maria Novella potranno mantenere tutte le attività di San Marco non è dimostrato. Nella realtà il Convento di S. Maria Novella si annette quello di San Marco, mentre quest’ultimo sopravvive solamente nel nome della comunità allargata: “S. Maria Novella e S. Marco” (Atti, pag. 37). Scompare la realtà, rimane il nome, un orpello inutile fatto di lettere, fine ingloriosa di una realtà gloriosa. Siamo “difficili” se ci dichiariamo totalmente insoddisfatti? E non ci sono rassicurazioni convincenti che ci possano rassicurare di fronte ad una verità che è invece cruda, amara, traumatica: i frati saranno costretti ad andarsene e il Convento rimarrà privo della sua anima. Dire che “fare in modo che […] sia il servizio liturgico che tutte la attività culturali possano continuare” (il Padre Provinciale, intervista a “Toscana Oggi – L’osservatore toscano”, 1° dicembre), è un modo per stornare l’attenzione da quello che è il punto: dopo sei secoli, per la prima volta, i domenicani abbandoneranno il Convento, che di conseguenza diventerà un luogo vuoto e morto (non ci nascondiamo dietro a un dito, un convento senza frati è morto!). Infatti un convento, prima che essere una struttura architettonica e una sede operativa, è una comunità stabile e permanente (24 ore su 24, “fratres […] ibique habitualiter degentes”, Liber Constitutionum et Ordinationum Fratrum O.P., n. 260 § 1) di frati che pregano e svolgono apostolato; senza la comunità dei frati il convento-edificio è un guscio vuoto.

Si rimane esterrefatti anche dal linguaggio usato: “servizio”, “attività”, “riorganizzazione”, “razionalizzare risorse” (il Padre Provinciale, intervista citata e intervista al “Corriere fiorentino”, 23 novembre). Dietro questo linguaggio c’è una mentalità burocratica e aziendale, che, ovviamente, è del tutto inadeguata per affrontare una realtà che è religiosa, spirituale, culturale, artistica, storica. S. Domenico non ha fondato un’azienda che eroga servizi!

La motivazione più esibita è la progressiva mancanza di frati; ma qui bisogna distinguere: se da un lato la diminuzione dei domenicani è un fatto oggettivo, dall’altro lato si deve evidenziare che la diminuzione non è arrivata al punto da avere un solo frate per ogni convento attualmente aperto. Nella Lettera alla Provincia Lei riconosce che: “ci sono molte comunità di due o tre frati soltanto, che possono essere mantenute sia sotto l’aspetto della cura pastorale sia di quello della predicazione” (Atti, pag. 8). Perché San Marco è esclusa dal numero delle piccole comunità da mantenere? Perché tale “razionalizzazione”, evocata dal Provinciale, non viene applicata ai due conventi che la Provincia ha in Roma, essi pure in difficoltà e tra di loro vicini, ma che invece vengono addirittura incrementati? Come può la chiusura di San Marco, e solo di San Marco, elevare la “qualità della nostra vita fraterna e apostolica” (Atti, pagg. 8-9)?

Non c’è nessuna “razionalizzazione” nel raggruppare i frati in una sola e più numerosa comunità, prima di tutto perché in questo modo si decreta la morte dell’altra comunità e poi perché le “attività” del convento “morto” non potranno che essere continuate con minor tempo a disposizione. È veramente triste constatare che in questo modo i frati verrebbero ridotti a impiegati che, a San Marco, svolgono le loro mansioni in uno striminzito orario di lavoro. Ripetendo che “fare in modo che […] le attività non siano chiuse ma anzi possano essere ulteriormente potenziate” (intervista a “Toscana Oggi – L’Osservatore Toscano”, 1 dicembre), il Padre Provinciale ci richiede un atto di fede che supera le nostre capacità, come possiamo credere che ritirando i frati possano accrescersi i “servizi” e le “attività” del convento? Per incrementare le attività di un convento, bisogna prima chiuderlo? Ha senso trasferire i frati di San Marco a S. Maria Novella per poi inviarli a svolgere “servizi” ed “attività” a San Marco? La vicinanza geografica del convento di S. Maria Novella non cambierà la sostanza, non ci facciamo illusioni, senza una presenza costante di frati, tutte le attività caleranno nella quantità e nella qualità, l’apostolato diventerà un qualunque lavoro part time. E Lei, Maestro Generale, riguardo a San Marco non potrà ripetere il giudizio lusinghiero: “rispetto all’ultimo Capitolo provinciale [siete] riusciti a migliorare la gestione delle biblioteche e degli archivi” (Atti, pag. 7).

Come possono testimoniare le tante persone che, a vario titolo, frequentano la Chiesa, il Convento, la Biblioteca Levasti, le conferenze varie, ecc., tali apostolati possono essere bene sviluppati solamente se i frati vi si dedicano a tempo pieno e ben al di là degli orari di apertura della Chiesa, del Convento, della Biblioteca. Chi frequenta San Marco sa che può trovare ascolto e disponibilità in qualsiasi giorno ed orario, anche solo per scambiare qualche parola. Tutto questo DOPO non sarà più possibile (e lo sanno anche i frati che hanno deciso la chiusura). Come non sarà più possibile l’ospitalità, nella quale il Convento di San Marco si è sempre distinto, offrendo accoglienza a numerosi religiosi e laici (che potrebbero testimoniare…), offendo ben più di una camera, ossia una portineria, una mensa, una lavanderia, ecc.

Altre due considerazioni si possono fare per evidenziare una mancanza di razionalità nelle decisioni dei Frati Capitolari.

In questi ultimi anni c’è stata una trattativa fra il Museo statale di San Marco (che domandava di ampliare i propri spazi a spese degli spazi concessi ai frati) e i domenicani; il Museo si è allargato, costringendo i frati a lunghissimi e costosissimi lavori di riadattamento negli spazi a loro rimasti. Finiti da poco i lavori… ecco che gli stessi frati decidono di chiudere il Convento. È ragionevole tutto questo? In tempi di crisi e di povertà crescente si possono giustificare moralmente, alla luce della decisione di abbandonare il Convento, quelle enormi spese? Non è uno spreco intollerabile?

La Provincia da un lato promuove le beatificazioni di Mons. Del Corona e La Pira, due “figli di San Marco”, dall’altro lato decreta la morte del Convento che li ha generati alla santità. La Pira nei suoi ultimi anni ripeteva spesso: “il Convento di San Marco rifiorirà”; i frati che ne curano la beatificazione, con la loro decisione, oggettivamente, hanno deciso anche di smentire La Pira e di falsificare la sua profezia! Ma La Pira andava oltre e se si prende sul serio la sua beatificazione, allora bisogna prendere sul serio anche le innumerevoli e reiterate dichiarazioni nelle quali il “sindaco santo” esaltava il Convento e lo poneva al centro della storia dell’umanità e della Chiesa.

Giovanni Paolo II, durante la sua visita del 18 e 19 ottobre 1986 a Firenze e Fiesole, ha delineato nei suoi discorsi un ritratto spirituale e culturale di Firenze; esaminando il glorioso passato ha ricavato, per così dire, l’essenza di Firenze: “La vocazione di Firenze a far da ponte tra il passato e il futuro segna la sua storia dalle origini ad oggi, ed è forse la vera ragione del fatto che essa presenta, pur nel passare delle stagioni, una specie di essenza immutabile” (incontro con il mondo della cultura, 18 ottobre 1986). A questo Magistero rimandiamo per comprendere il ruolo di Firenze nel passato, qui vogliamo richiamare il compito altissimo che il Papa ha affidato ai fiorentini del presente e del futuro: “Custodite con fierezza le riserve geniali e spirituali che sono state depositate nelle vostre coscienze. La vostra tradizione culturale non deve essere solo, come del resto non è, puro e semplice oggetto di contemplazione e di orgoglio, ma sorgente viva di ispirazione e di impegno; stimolo a una ricerca sincera dei valori universali, che essa racchiude e illustra; studio e sforzo per rivivere ed emulare la grandezza spirituale di un tempo”; [l’esperienza singolare del Rinascimento] “vi esorta a ritrovare le energie interiori dello spirito, che la tradizione cristiana ha inserito nel vostro tessuto culturale e sociale, e ad acquistare sempre più chiaramente la coscienza che voi siete chiamati a irradiare nel mondo quei valori immortali così luminosamente proclamati dai vostri santi e dai vostri grandi” (saluto alle autorità e alla cittadinanza di Firenze, 18 ottobre 1986). Il convento di San Marco è stato uno delle principali fucine di santità e cultura nel Rinascimento e nelle successive epoche della storia fiorentina, pertanto la decisione di chiudere il convento contraddice apertamente il compito, glorioso e gravoso, che Giovanni Paolo II ha affidato ai fiorentini e in particolare alla Chiesa fiorentina. Si deve sottolineare che, dopo Savonarola e La Pira (entrambi, non a caso, “figli di San Marco”), anche Giovanni Paolo II, un Papa non italiano, riconosce che Firenze ha una vocazione universale, un compito da svolgere a beneficio di tutta l’umanità. Ma a questa vocazione non si risponde chiudendo S. Marco! Perché proprio i domenicani non vogliono rispondere all’appello del Pontefice? E se pensiamo che nel vicino 2016 l’Ordine Domenicano celebrerà il suo Giubileo, rimaniamo ancora più increduli: è sbarrando San Marco che si custodisce e coltiva l’eredità dell’Ordine? Il Convento chiuso è un fallimento e non una “sfida”, va nella direzione opposta alle raccomandazioni da Lei espresse nella Lettera alla Provincia: “la memoria di grandi santi e di altre tradizioni religiose, artistiche e culturali. Una delle sfide è quella di fare in modo che questa responsabilità non sia semplicemente un peso sulle vostre spalle, ma un mezzo per stimolare la creatività e la libertà nel vostro lavoro di studio contemplativo e di preghiera apostolica” (Atti, pagg. 5-6). E ancora nella medesima Lettera Lei domanda: “Una delle idee che emergono è quella della predicazione attraverso l’arte, un’aspirazione molto appropriata e encomiabile, ma come renderla concreta? Quali specifiche attività o progetti immaginate?” (Atti, pag. 9). La risposta del Capitolo Provinciale, amarissima, è negli stessi Atti: la predicazione attraverso l’arte viene resa concreta chiudendo il Convento di San Marco!

Giunti al fine di tante ma necessarie considerazioni, a Lei, reverendo Maestro Generale, ci rivolgiamo fiduciosi per domandare un ripensamento. Davanti all’Ordine Domenicano, davanti alla Chiesa, davanti a tutto il mondo, il Capitolo Provinciale si è preso una responsabilità enorme. Certo, la decisione del Capitolo Provinciale è giuridicamente legittima, ma ci domandiamo se c’è stata la piena consapevolezza che tale decisione, oggettivamente, al di là delle intenzioni, spezza una storia gloriosa di santità, cultura e arte che dura da sei secoli; al di là delle intenzioni dei frati, il danno sarà comunque incalcolabile. A Lei quindi, Maestro Generale, a Lei che ha il potere di correggere questo tragico provvedimento, ci rivolgiamo per domandare che il Convento di San Marco non sia chiuso, ma, al contrario, venga potenziato di almeno uno o due frati (sappiamo che di questi tempi non possiamo pretendere di più!) in modo che possa continuare a svolgere la sua missione e ad onorare la storia dell’Ordine Domenicano e della città di Firenze.

Firenze, 17 dicembre 2013

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    • marite martinez ARGENTINA
      • 6 months ago

      para preservar la historia

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    • Maria Previtali FIRENZE, ITALY
      • 6 months ago

      Non posso pensare al dolore che provocherebbe questo evento ad Arrigo Levasti, amico carissimo della famiglia Gui, tutore ed educatore di mia mamma, intestatario ^della Biblioteca a cui ha lasciato migliaia di preziosi libri di teologia. No, non deve succedere!

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    • Maria Vitale FLORENCE, ITALY
      • 7 months ago

      E' una delle basiliche più importanti di Firenze. Sono entrata a far parte della Corale polifonica - diretta dal grande instancabile maestro domenicano Padre Alfonso Pessola - fin dall'inizio, dopo pochi anni del mio trasferimento a Firenze; in questa Basilica si sono esibiti tanti concerti con la partecipazione di numerosi artisti prima e dopo l'elevazione di Beato Angelico a Santo Patrono degli artisti. Non si può chiudere una Basilica come San Marco che, per la sua posizione centrale e per la funzione che ha sempre svolto di apertura a un a un gran numero di partecipanti alle funzioni religiose, fa parte del cuore della città. Salviamo il Convento di San Marco dalla chiusura.

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      • 7 months ago

      Oltre a tante opere stupende,c'è anche la tomba della mia famiglia, cioè i Fabroni

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    • Pier Giorgio Maffezzoli FLORENCE, ITALY
      • 7 months ago

      Perché è uno dei luoghi simbolo (religiosi e civili) di Firenze. Non va dimenticato, tra l'altro, che fu l'ultima residenza terrena di Giorgio La Pira, "Il Sindaco Santo"

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