Cessino immediatamente la pratica dell' abbattimento  delle Volpi
  • Petitioned Provincia di Bologna e Regione Emilia Romagna

This petition was delivered to:

Presidenza regione Emilia Romagna
Provincia di Bologna e Regione Emilia Romagna
Servizio Tutela Sviluppo Fauna
Maura Guerrini
Assessore Agricoltura Caccia e pesca
Gabriella Montera
Ufficio Presidenza provincia di Bologna
Beatrice Draghetti c/o capo gabinetto Stefano Ramazza

Cessino immediatamente la pratica dell' abbattimento delle Volpi

    1. Petition by

      Gaetano de Riso

      San Giovanni Persiceto, Italy

Mi propongo di evidenziare come la caccia, comunque praticata, rappresenti
una minaccia incontrollabile all'integrità degli ecosistemi e alla sussistenza delle specie selvatiche,anche non cacciabili. La tutela dell’ambiente, nel senso più ampio del termine, non è compatibile con l’esercizio dell’attività venatoria; l’abolizione della caccia rappresenterebbe dunque una misura necessaria per arrestare il processo di degrado di cui l’ambiente naturale è vittima nel nostro Paese.
I danni provocati alla fauna selvatica dalla caccia nel periodo successivo all’ introduzione delle armi da fuoco sono stati devastanti: dal 1600 ad oggi si sono estinte sul pianeta più di 200 specie di mammiferi e uccelli; altre 400 sono minacciate di estinzione. Questi dati allarmanti hanno indotto,
nel corso degli ultimi 70 anni, molti scienziati non contrari alla caccia a studiare i meccanismi di azione di essa sulle popolazioni animali, nella speranza di poter arrivare a mettere a punto delle strategie che permettano di conciliare gli interessi dei cacciatori con la conservazione delle specie,
vale a dire delle modalità di gestione del patrimonio venatorio.
Tutte queste teorie sono state oggetto di un’analisi approfondita da parte di Carlo Consiglio professore
ordinario di Zoologia all’Università di Roma “La Sapienza nel suo libro Diana e Minerva (Borla 1990). Il lavoro di Consiglio ha segnato una svolta storica nel dibattito internazionale sul tema, dimostrando con argomenti scientifici che qualunque forma di caccia, per quanto scrupolosamente regolamentata, non può non porsi in radicale contrasto con il valore della salvaguardia
degli ecosistemi e della sopravvivenza delle specie animali.
Le teorie che ambiscono a sostenere la compatibilità tra caccia e tutela dell’ambiente, vale a dire la sostenibilità della caccia, sono fondamentalmente tre: la teoria del surplus, la teoria della curva sigmoide e la teoria della predazione.
Tutte e tre saranno oggetto di una critica argomentata che ne dimostrerà la fondamentale insostenibilità.
Le teorie del surplus
Queste teorie partono dall’ipotesi che in natura sia presente un’”eccedenza” di animali selvatici (detta appunto surplus) che i cacciatori preleverebbero, lasciando le specie e gli ecosistemi in condizioni non peggiori di quelle iniziali, o addirittura
migliori; questa “eccedenza” viene definita come l’insieme degli individui che non possono arrivare a riprodursi;
la loro uccisione ad opera dei cacciatori non andrebbe a incidere sulla consistenza complessiva delle popolazioni in quanto essi comunque non lascerebbero discendenti, ma anzi ridurrebbe la competizione per le risorse scarse come il
cibo all’interno della popolazione stessa. Tutte le teorie sul surplus affermano, in diverse forme, che le uccisioni dovute alla caccia non incidono sul numero di animali in grado di riprodursi, e quindi sulla consistenza numerica complessiva
delle popolazioni cacciate, in quanto la mortalità dovuta alla caccia viene compensata attraverso diversi meccanismi.
Una prima versione della teoria del surplus riguarda il cosiddetto surplus annuale: in primavera viene prodotto un ingente numero di individui di ogni specie selvatica; molti di questi individui sono destinati a morire nel corso della stagione
invernale a causa della diminuita disponibilità di cibo e dell’aumentata vulnerabilità alle malattie e ai predatori e quindi a non avere occasione di riprodursi durante la primavera successiva. Secondo questa teoria la mortalità dovuta alla caccia in una data popolazione non causerebbe una riduzione della mortalità dovuta a cause naturali.
Una seconda versione della teoria del surplus riguarda le specie territoriali, dove gli individui maschi per riprodursi devono occupare una zona e difenderla contro gli altri maschi della loro specie, e le specie poliginiche, dove ciascun maschio si accoppia con parecchie femmine; secondo questa teoria l’area occupata da ciascuna specie territoriale non è sufficiente a permettere a tutti i maschi di procurarsi un proprio territorio, o il numero delle femmine non è sufficiente
a permettere a tutti i maschi di accoppiarsi; l’uccisione di un certo numero di maschi da parte dei cacciatori non inciderebbe sulla consistenza complessiva della popolazione in quanto questi individui non avrebbero comunque occasione
di riprodursi.
Una terza versione della teoria del surplus ha alla base il cosiddetto principio di inversità. Di tutti i piccoli di una determinata specie che nascono in primavera solo un numero relativamente ristretto raggiunge l’età adulta e riesce quindi
a riprodursi. Il principio di inversità afferma che il numero dei piccoli che sopravvivono fino all’età adulta aumenta col diminuire della densità della popolazione, per cui la riduzione della popolazione operata dalla caccia determinerebbe la sopravvivenza di una maggiore percentuale di piccoli; il numero degli individui in grado di riprodursi rimarrebbe quindi lo stesso che se la popolazione non fosse stata cacciata.
In primo luogo è necessario osservare che la teoria del surplus, anche se fosse fondata, funzionerebbe solo se la caccia venisse permessa unicamente nel periodo autunnale, in modo che all’inizio dell’inverno la consistenza della popolazione
fosse già sufficientemente diminuita da permettere uno sfruttamento ottimale delle risorse alimentari; come è noto questo non si verifica, in quanto la stagione di caccia si apre all’nizio di settembre e si chiude alla fine di gennaio. È altrettanto evidente che questa teoria non si applica alle specie migratrici, che sfuggono alla diminuita disponibilità di cibo nel loro territorio estivo spostandosi in altri territori; a questo proposito è importante ricordare che proprio le specie migratrici sono oggetto in Italia di un prelievo venatorio particolarmente pesante, che ha collocato l’Italia fuori
legge rispetto alle direttive dell’UE.
Ma è ancora piu importante rilevare che queste teorie si basano tutte, come detto all’inizio, sull’assunto che le uccisioni
dovute alla caccia non incidano sulla consistenza numerica complessiva delle popolazioni cacciate, in quanto la mortalità dovuta alla caccia viene in qualche modo compensata. Quasi tutte le ricerche compiute sulla consistenza numerica delle popolazioni di animali selvatici smentiscono però questo principio: la mortalità dovuta alla caccia non è compensata, o lo è solo parzialmente, dalla diminuzione di quella naturale. Questo è del resto facilmente comprensibile se solo si pone mente al fatto che la mortalità naturale, che sia dovuta a malattie o all'azione di predatori, colpisce in genere gli individui vecchi, malati o comunque deboli mentre la mortalità dovuta alla caccia non fa distinzione tra giovani e vecchi o tra sani e malati: la grande maggioranza degli animali uccisi dai cacciatori sono individui giovani e in buona salute che sarebbero probabilmente arrivati a riprodursi; la loro perdita si somma a quella degli individui anziani e malati, che muoiono per cause naturali comunque, sia che la caccia venga o che non venga praticata.
La teoria della curva sigmoide
Una seconda teoria elaborata allo scopo di affermare la sostenibilità ecologica della caccia è la teoria della curva sigmoide.
Quando pochi individui di una specie si trovano a colonizzare un nuovo ambiente in cui non trovano competitori, essi si moltiplicano a velocità progressivamente crescente; questa modalità di accrescimento è detta crescita esponenziale,
e si esprime graficamente con una curva (detta appunto curva esponenziale) la cui pendenza aumenta indefinitamente.
È evidente che una crescita illimitata di questo tipo non può aver luogo in natura, non solo perché è incompatibile con la presenza di predatori o competitori ma perché prima o poi si scontrerà con fattori dipendenti dalla densità, vale a
dire con i limiti delle risorse disponibili in un ambiente (cibo, territori per la riproduzione e così via); di conseguenza prima o poi la crescita della popolazione comincerà a rallentare fino a trovare un punto di equilibrio: in termini grafici
la curva che rappresenta la consistenza numerica della popolazione, invece di continuare ad aumentare di pendenza, diventerà orizzontale; il percorso totale della curva arriverà perciò a somigliare a una S: appunto da questo deriva
il nome di curva sigmoide. Il tratto orizzontale della curva rappresenta la grandezza media di una popolazione che ha raggiunto uno stato di equilibrio con l’ambiente, e viene definita capacità portante.
In una popolazione in equilibrio la natalità compensa più o meno esattamente la mortalità; se una popolazione in stato di equilibrio viene cacciata la mortalità comincerà a superare la natalità, e questo avrà come conseguenza una diminuzione
della densità della popolazione; di conseguenza la crescita della popolazione, che era stata appunto bloccata da fattori dipendenti dalla densità, potrà riprendere, e la popolazione risalirà di nuovo verso il punto di equilibrio.
Tuttavia i dati mostrano che in caso di prelievo venatorio la densità non si colloca al livello della capacità portante ma viene raggiunto con una popolazione che è circa la metà di quello che sarebbe se non venisse cacciata.
Il problema di una situazione del genere è che la corretta conservazione delle specie non è compatibile con diminuzioni quantitative così drastiche: una popolazione ridotta alla metà della sua consistenza naturale è una popolazione
debole e vulnerabile in quanto se la consistenza di una popolazione scende accidentalmente al di sotto di un minimo essa può incontrare serie difficoltà a risalire la curva, e può andare incontro a un declino irreversibile. Anche gli ecosistemi vengono drasticamente squilibrati dalla riduzione numerica di una singola popolazione, che fa proliferare in maniera incontrollata le specie di cui si nutre e sottrae i mezzi di sostentamento ai suoi predatori. Inoltre la stessa possibilità
di trovare un nuovo punto di equilibrio dipende da fattori incontrollabili, come la correttezza dei dati iniziali, che però derivano da operazioni molto approssimative come il censimento delle specie selvatiche. Ma quello che sembra più preoccupante è che molte popolazioni colpite dalla caccia non si sono rivelate più capaci di risalire fino al livello della capacità portante, anche dopo che la caccia è stata completamente vietata; questo è ad esempio il caso della balenottera azzurra.
La teoria della predazione
La terza teoria che afferma la possibilità di una caccia ecologicamente sostenibile è la teoria della predazione. Questa teoria ha un campo di applicazione più limitato delle precedenti, in quanto si riferisce soltanto alle specie selvatiche la
cui estensione è controllata da predatori naturali; secondo essa, con la quasi scomparsa dei grandi predatori come il lupo, l’orso e la lince (scomparsi da quasi tutto il territorio europeo appunto in conseguenza della caccia), e la volpe; le popolazioni di queste specie sarebbero soggette a un accrescimento incontrollato e pertanto dannoso per gli ecosistemi.
Questa teoria, a differenza delle teorie della compensazione e analogamente alla teoria della curva sigmoide, ammette che la caccia è causa di una riduzione nelle popolazioni di animali selvatici ma, a differenza della teoria della curva
sigmoide, considera questa riduzione non dannosa bensì benefica per l’ecosistema perché ristabilisce l’equilibrio di una popolazione la cui densità è ritenuta eccessiva.
La teoria della predazione si basa su due premesse. La prima è il concetto di “popolazione eccessiva”, che è però praticamente impossibile da definire. È evidente che gli ecosistemi, in presenza o in assenza di predatori, pongono dei limiti
oggettivi (dettati ad esempio dalla disponibilità di cibo o di territori per l’accoppiamento) all’accrescimento incontrollato delle popolazioni di animali selvatici, per cui in pratica questo concetto sembra privo di fondamento. La seconda riguarda l’analogia tra l’azione esercitata su una popolazione animale dai predatori e quella esercitata dalla caccia;
a questo proposito è indispensabile fare alcune osservazioni. Anzitutto, il modo di operare dei predatori naturali è molto diverso da quello dei cacciatori: i predatori eliminano da una popolazione di selvatici gli individui vecchi, malati o comunque deboli, mentre i cacciatori uccidono in maniera indiscriminata, quando non preferiscono espressamente gli individui più sani e forti, come nel caso dei cervi, uccisi per le loro corna. Inoltre, se è vero che la presenza di predatori
regola il numero delle prede, è altrettanto vero che il numero delle prede disponibili regola quello dei predatori (si tratta del cosiddetto effetto di feedback, modellizzato per la prima volta proprio in riferimento al rapporto tra predatori e prede dal matematico Vito Volterra), per cui in un territorio dato il sistema predatori-prede tenderà all'equilibrio;
il numero dei cacciatori operanti in un territorio, però, non viene in nessun modo influenzato dal numero e dalla specie delle prede disponibili, per cui è perfettamente possibile che una specie venga cacciata fino all’estinzione. Lungi dal poter essere classificati come un caso teorico, eventi del genere si sono verificati diverse centinaia di volte negli ultimi quattro secoli.
Il mito degli “animali nocivi”
Tutte le teorie sulla caccia sostenibile concordano sulla necessità di mantenere la consistenza delle popolazioni animali
a un livello soddisfacente, anche perché la disponibilità di un sufficiente numero di animali rappresenta un presupposto indispensabile per l’esercizio della caccia; il problema, almeno in linea teorica, risulta quindi quello di compensare
in qualche modo la diminuzione delle popolazioni animali che rappresenta un’inevitabile conseguenza della caccia.
Una diversa teoria, quella degli animali nocivi, fa invece della diminuzione progressiva nel numero dii alcune popolazioni animali non una conseguenza problematica della caccia ma il suo stesso scopo. In questa prospettiva, infatti,
tutta una serie di specie animali vengono etichettate come “nocive”: di conseguenza il loro abbattimento tende ad essere soggetto a vincoli molto meno stretti di quelli che regolano la caccia ad altre specie.
Bisogna anzitutto precisare che il concetto di “nocività” riguarda solitamente i danni arrecati agli animali alle attività economiche umane, come l’agricoltura, la pesca e la piscicoltura, e la predazione su animali utili; in particolare, tra i motivi che spingono più spesso a classificare una specie come “nociva” ci sono i danni alle coltivazioni (problema economico-sociale) e la concorrenza che essa esercita cibandosi di specie cacciabili (problema ludico).
Per questa seconda tipologia di “nocività”, non verrà considerato, in quanto gia illegale, un metodo di eliminazione purtroppo estremamente diffuso sul territorio italiano: l’utilizzo di bocconi avvelenati. Gli animali carnivori sono infatti
oggetto da parte dei cacciatori di un’ostilità violentissima in quanto, nutrendosi di altri animali, alcuni dei quali appartenenti a specie cacciabili, essi li percepiscono come diretti concorrenti e ciò basta affinché cerchino di eliminarli con
ogni mezzo lecito e illecito, tra cui le tagliole e le esche avvelenate. Questi mezzi agiscono indiscriminatamente: sono
innumerevoli i casi di animali da compagnia uccisi da esche avvelenate destinate a carnivori “nocivi”, ma è ancora più allarmante il fatto che alcuni cacciatori non esitino a sparare consapevolmente a cani e gatti domestici, che non sono
specie cacciabili ma sono carnivori. ho ritenuto opportuno menzionare questo fenomeno in quanto assai diffuso e ben documentabile ma esso, come già detto, non sarà oggetto di analisi approfondite in quanto già totalmente illegale.
A rendere problematica questa teoria e proprio il concetto su cui essa si fonda, quello di “animali nocivi”. Questa espressione è un residuo di un’epoca in cui le complesse relazioni che legano tra di loro le specie che compongono un ecosistema,
inclusa quella umana, non erano ancora oggetto di indagini scientifiche; oggi praticamente tutte le specie che un tempo venivano classificate come “nocive” sono state approfonditamente studiate, e la conoscenza delle loro reali abitudini di vita ha portato ad apprezzare le molteplici sfaccettature del ruolo che esse ricoprono nell’ambiente. Ad esempio, oggi sappiamo che i predatori non scelgono a caso le loro prede ma si concentrano sugli individui vecchi o malati; inoltre la maggior parte dei predatori si nutrono anche di carogne, effettuando così un’azione di pulizia, a livello
delle popolazioni animali e a livello dell’ambiente, senza contare che le specie predatrici sono in genere territoriali, e la limitata disponibilità di territori ne limita naturalmente l’accrescimento. Per quanto riguarda poi i “danni all’agricoltura”
rappresentati dal consumo di una parte del raccolto da parte di varie specie di uccelli, essi sono largamente compensati dal concime rappresentato dagli escrementi degli uccelli stessi, per non parlare della loro formidabile efficienza
nel distruggere gli insetti, che li rende potentissimi alleati nell’agricoltura a lotta integrata o biologica. I paesi che sono effettivamente riusciti a eradicare una popolazione di animali considerati “nocivi”, come è accaduto ad esempio
in Cina con i passeri, sono poi stati costretti a reintrodurli perché la loro scomparsa aveva creato nell’ecosistema squilibri che danneggiavano anche l’agricoltura. Del resto è difficile non riscontrare una certa incoerenza nelle argomentazioni
di parte venatoria, che da un lato, giustificano la caccia a determinate specie con la loro nocività per l’agricoltura, e dall’altro effettuano continui ripopolamenti con animali appartenenti a quelle stesse specie.
Non ultimo, è importante sottolineare l'enorme pericolosità di questo tipo di caccia che viene fatta di notte, con armi a canna rigata (con tiro utile oltre i 3000 mt.) in luoghi dove comunemente non sarebbe possibile cacciare, persino su strade trafficate e d accanto le abitazioni, con evidenti pericolosità anche in ambito di pubblica sicurezza.

Recent signatures

    News

    1. Reached 750 signatures
    2. Precisazione

      Gaetano de Riso
      Petition Organizer

      Volevo fare una precisazione, in quanto molti mi scrivono pensando che le volpi vengano abbattute per le loro pellicce, ma in realtà non è così, non le uccidono per le loro pellicce, non hanno nemmeno questa futile utilità,, se di un utilità nella loro uccisione qualcuno potrebbe trovare.

      La cosa ancor più grave è che le cacciano, perchè , secondo loro, sarebbero in sovra numero, e quindi deprederebbero la selvaggina che loro cacciano (lepri e fagiani), dimenticando che l'unico equilibrio biologico possibile è solo quello della natura e non dell' uomo.

      Se ci sono molte volpi, come i cacciatori sostengono, significa che ci sono anche le prede, diversamente la loro specie si regolerebbe di conseguenza, se non ci sono le prede non ci sono nemmeno i predatori.

    3. Reached 250 signatures

    Supporters

    Reasons for signing

    • Collaud Françoise LAUSANNE, SWITZERLAND
      • over 1 year ago

      Basta !!!!!!

      REPORT THIS COMMENT:
    • Dr. Christa Pardeller BOZEN, ITALY
      • over 1 year ago

      Non uccidere. Questo è Legge e Comandamento di Dio.

      Animali sono esseri viventi.

      REPORT THIS COMMENT:
    • Helga and Clark Lehman ARLINGTON, TX
      • over 1 year ago

      Those beautiful Foxes should not be killed. Shame on your people

      REPORT THIS COMMENT:
    • sonia bernardini AGNADELLO, ITALY
      • almost 2 years ago

      basta distruggere la vita!!!! assassini

      REPORT THIS COMMENT:
    • Maria Giovanna De Gennaro BOLOGNA, ITALY
      • almost 2 years ago

      Rispetto e amo e vivo per la natura

      REPORT THIS COMMENT:

    Develop your own tools to win.

    Use the Change.org API to develop your own organizing tools. Find out how to get started.